Opinione

La via che ci viene mostrata da San Giovanni Battista

La Chiesa, il 24 giugno, celebra la festa di San Giovanni il Battista, che nel deserto aveva indicato una nuova strada da percorrere per incontrare Jahvè, ha posto le basi per un progetto nuovo che ci vede ancora in cammino e che, nel pieno della crisi di fede che stiamo vivendo, ci sprona a camminare per costruire una Chiesa e una società sostanziale. Una Chiesa, anzitutto, che non sia il “level up” di quella che abbiamo vissuto fino ad oggi con slogan e manifestazioni esteriori, ma che cammini e incida nella storia come persone che realizzano la pace e si spendono per la giustizia.

Giovanni il Battista, nato inaspettatamente o addirittura per sbaglio, direbbero quelli che sono lontani da Dio, mostra a caratteri cubitali il nuovo percorso da intraprendere. Proprio lui che aveva certamente avuto l’affetto di due anziani genitori, indica ai suoi contemporaneamente e anche a noi dopo oltre duemila anni, la strada da percorrere per realizzare progetti che pongano l’uomo al centro di tutto.

Suo padre, Zaccaria, sacerdote di antica osservanza, uomo giusto e timorato di Dio, come anche sua moglie Elisabetta, bella certamente ma ormai con qualche ruga di troppo, non avevano avuto figli. Eppure, succede l’inverosimile. Un messaggero del Signore, un alato di nome Gabriele, lo incontra in segreto nel “Santo dei Santi” e gli annuncia che avrebbe avuto, da sua moglie, un figlio con tanto di imprimatur divino. Un figlio che avrebbe seguito la scia degli antichi profeti, ma soprattutto di quell’Elia che aveva distrutto tutti i nemici del popolo d’Israele e che, come lui, avrebbe coinvolto una schiera di uomini convertendoli al Signore.

Un figlio dalla voce possente che si sarebbe udita dal deserto di pietra fino all’ultimo villaggio d’Israele e che avrebbe avuto il suo apice sulle rive del Giordano, un fiume che sarebbe diventato luogo di fede e di inizio di vita nuova. Un figlio che, soprattutto, avrebbe indicato il Messia, il Salvatore del mondo e poi si sarebbe fatto da parte per far spazio a Lui. L’alato Gabriele comunica allo stesso Zaccaria che avrebbe dovuto chiamarlo Giovanni e che ben presto sarebbe diventato un profeta. Non sarebbe stato né un funzionario del sacro, né un asettico distributore di battesimi, né un burocrate della religione, né un benedicente di vittime di guerre. Sarebbe stato, al contrario, un profeta nuovo con caratteristiche che lo avrebbero portato a diventare esempio per una Chiesa, che, come la nostra, stenta a risollevarsi e a riprendersi dalle incrostazioni del passato e da una fede convenzionale e poco sostanziale.

In Giovanni il Battista c’è lo spaccato della Chiesa del terzo millennio. Non una chiesa dei pellegrinaggi, delle masse oceaniche dal volto intristito, della fede devozionale, delle celebrazioni sacramentali svuotate di tutto e gonfiate di estrogeni di bella facciata.

Con Giovanni il Battista e in Giovanni il Battista si dà inizio, sebbene “in fieri”, alla comunità degli incontri oltre il sagrato, dei poveri da risollevare, delle mamme da aiutare, dei giovani pronti a dare un senso alla loro vita e a partire per spendersi per amore dell’umanità, delle proposte scomode e soprattutto una comunità dalla voce profetica che non si attarda più nel proclamare le strategie burocratiche e apre varchi per una fede dell’amore e della misericordia. Una Chiesa che diventa comunità sostanziale e non più convenzionale, una comunità scardinante e determinante che accoglie la diversità per promuovere l’alterità e aprire a nuovi obiettivi in cui nessuno è un diverso, ma un fratello da amare e servire.

don Antonio Ruccia

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