Utero in affitto, una pratica vietata in Italia

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L’utero in affitto è la pratica commerciale con la quale un donna mette il proprio utero a disposizione per ricevere un embrione non suo – prodotto con tecniche di fecondazione artificiale  – portando a termine una gravidanza fino al parto. Espletato il parto, il bimbo viene sottratto alla madre e consegnato alla coppia “committente” (etero o omosessuale) che ha stipulato il contratto finalizzato ad ottenere il “bimbo in braccio”. Di fatto, il corpo della madre viene utilizzato come un mezzo strumentale – una “incubatrice biologica” – necessario per ottenere il “prodotto finito”. Il contratto di affitto prevede una serie di clausole dettagliatamente definite, compresa la condizione che se il neonato non corrisponde alle richieste/aspettative della coppia committente, la gravidanza debba essere interrotta, pena l’annullamento della retribuzione pattuita.

Qualche tempo fa, suscitò un sacrosanto moto d’indignazione il caso del piccolo Gammy: una coppia committente australiana si reca il Thailandia e stipula un contratto di utero in affitto. La gravidanza è gemellare e una delle due creature è affetta da sindrome di Down. I committenti fanno pressione sulla madre surrogata perché abortisca il bimbo Down e, al suo rifiuto, decide di ritirare solo il figlio sano, abbandonando il bimbo “imperfetto” al suo destino, con una mamma poverissima. Chiunque abbia un cuore onesto non può non annichilire e inorridire di fronte a tanta disumanità, che purtroppo è tragicamente “normale” nel business della surrogazione di maternità.

In Italia la legge 40/2004, all’articolo 12, vieta l’utero in affitto, con tanto di pesante sanzione pecuniaria, e la Corte Costituzionale, con sentenza 272/2017, dichiara solennemente che  la maternità surrogata “offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo la le relazioni umane”. Pertanto, nel nostro Paese questo turpe mercato non può avere cittadinanza. La stessa Europa, pur in mezzo a non pochi tentennamenti e contraddizioni, il 17 dicembre del 2015, condanna la pratica dell’utero in affitto che “compromette la dignità della donna, dal momento che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usati come una merce“. Non ultimo, il Trattato Internazionale sulla Biomedicina e Diritti Umani (Oviedo, 1997) afferma che “è vietato trarre profitto dal corpo umano e dalle sue parti”.

In palese contraddizione e violazione di tutte queste normative e dichiarazioni, ora apprendiamo che a Milano si sta allestendo una fiera della fecondazione artificiale, con tanto di listini, prezzi, sconti e “desiderata”, compresa la promozione del vergognoso mercato dell’utero in affitto. Il Sindaco – sollecitato da un forte moto di sacrosanta indignazione – ha dichiarato di non aver dato nessun patrocinio ufficiale, ma non ha speso una sola parola di condanna della pratica in quanto tale, giustificandosi con il fatto che si tratta di una iniziativa privata, la cui responsabilità è tutta in capo agli organizzatori.

Ma è proprio così? O, al contrario, non si ha il dovere/diritto di intervenire per fermare un’iniziativa pubblica che promuove una pratica che costituisce un reato rispetto alla legge italiana? Di più: non abbiamo il dovere di condannare senza equivoci una prassi che viola la dignità della donna e – non dimentichiamolo! – il diritto del bimbo di avere la “sua” mamma? Non si tratta di difendere principi o valori religiosi che in quanto tali appartengono solo alla comunità credente, ma si tratta di impedire la violazione dei fondamentali stessi della natura umana e dei pilastri che sostengono la civiltà di un popolo. E’ paradossale che in un momento storico in cui, giustamente, si proclamano i diritti delle donne, si conceda spazio a una pratica che considera il corpo femminile come un oggetto di mercato. Lo schiavismo, caduto sotto i colpi della sacrosanta affermazione che “si comprano le cose e non le persone”, oggi rinasce grazie a orribili esigenze di mercato. Non è un caso che larga parte del movimento femminista è insorto a difesa della dignità della donna, affermando che la maternità surrogata rende la mamma una merce e lacera il profondo legame fra madre e figlio/a, “relazione fondatrice di civiltà” (Luisa Muraro). Se non lo faranno altri, se non lo farà chi di dovere, spetta a noi – semplici cittadini – bloccare questa sovversione antropologica foriera di disumanità.

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