Opinione

La strada per arrivare a essere un “popolo della Comunione”

Quando papa Francesco ha ricevuto in Vaticano i presidenti e i referenti delle commissioni per il laicato delle conferenze episcopali, ha indicato loro la strada da percorrere insieme per arrivare a “un Popolo di Dio nella missione”. Aggiungendo che “il dramma della Chiesa è che Gesù continua a bussare la porta, ma da dentro perché non lo lasciamo uscire. Dio sta indicando alla Chiesa la strada della comunione, del camminare insieme”. Un invito a “superare i binari paralleli che non si incontrano mai”.

Jorge Mario Bergoglio ricorda che “l’esigenza di valorizzare i laici non dipende da qualche novità teologica”, ma si basa su “una corretta visione della Chiesa”, quella di “Chiesa come Popolo di Dio, di cui i laici fanno parte a pieno titolo insieme ai ministri ordinati”. Il Pontefice esorta, quindi, a “recuperare una ecclesiologia integrale”, che pone l’accento sull’unità e non sulla separazione, dove “il laico non è il non religioso, ma il battezzato”, e a lui si applica il termine di “discepolo, fratello”, come si applicava nel Nuovo Testamento a tutti, “fedeli laici e ministri ordinati”. Nell’Ottocento, in una enciclopedia cattolica, si poteva leggere: “…si ricava dai precetti di Cristo, formulati nel Vangelo, che il clero comanda e il laico obbedisce”. Il laico aveva solo doveri, e nessun diritto. Al massimo, in parrocchia, poteva ricevere la “delega” e venir incaricato di un compito particolare, ma senza nessuna responsabilità, soltanto come collaboratore. E non è che all’apertura del Vaticano II, un Concilio accreditato di grandi novità, le cose fossero molto cambiate. Lo schema sul laicato, come disse un vescovo in aula, “sembrava trattare i laici come un padrone tratta i suoi operai”.

Ma poi si avviò il dibattito su quella che sarebbe diventata la costituzione dottrinale, la Lumen gentium: non la Chiesa com’era diventata, ma quella delle origini, della Sacra Scrittura. E fu l’inizio di una svolta copernicana. I padri conciliari cambiarono occhiali, e cominciarono a leggere il Vangelo in modo nuovo, in profondità. Così, scoprirono, anzi, meglio, riscoprirono che tutti i cristiani – ministri sacri, religiosi e laici – hanno la medesima dignità in forza del comune battesimo, e dell’eguale chiamata all’apostolato e alla santità. La Chiesa, in quanto “popolo di Dio”, venne fatta volutamente precedere al capitolo sulla gerarchia. Dunque, una Chiesa fondata sull’unità dei suoi membri, prima che sulla diversità delle rispettive funzioni. Cambiavano perciò le relazioni interne, essendo l’autorità prima di tutto un servizio, non un potere. Era un solenne riconoscimento del laicato, dei suoi carismi. Per la prima volta, un Concilio cercava di impostarne una teologia organica, a partire dal “sacerdozio universale dei fedeli”.

Il che spalancò le porte al nuovo, che da tempo scalpitava per uscire allo scoperto. Si registrò un massiccio ingresso dei laici nel servizio liturgico, nella catechesi, nei Consigli pastorali e parrocchiali. Straordinaria, soprattutto, la vasta presenza di donne nel servizio di trasmissione della fede a bambini e ragazzi, in quello all’altare, alla Parola, nel tenere in mano i fili della carità e dell’accoglienza. Paolo VI ammise due ministeri istituiti, il lettorato e l’accolitato, riservati a persone di sesso maschile. In seguito, però, sotto la spinta della novità e della generosità, fiorirono i ministeri “di fatto”, aperti a tutti, come i ministri straordinari dell’Eucarestia o i responsabili di oratori.  Ebbene, che ne è stato di tutta quella “ricchezza” ecclesiale? Sicuramente, avrebbe avuto bisogno di più maturazione, di più unitarietà nel segno della comunione. Così come avrebbe avuto bisogno di un qualche documento che definisse e articolasse meglio le figure ministeriali che stavano emergendo: e non come rivendicazione di un maggiore protagonismo pastorale per i fedeli laici, ma perché non si poteva più rinviare la promozione della soggettualità battesimale di tutti i membri del popolo di Dio.

Gianfranco Svidercoschi

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