La situazione del lavoro femminile in Italia

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Anche se a marzo i tassi dell’occupazione hanno raggiunto livelli record, i dati sul lavoro delle donne in Italia – come continua a certificare l’Istat – permangono preoccupanti se confrontati con quelli del resto d’Europa. Nonostante il livello di istruzione femminile sia sensibilmente maggiore di quello maschile, il tasso di occupazione è molto più basso e il divario di genere è più marcato rispetto alla media Ue (61,7% contro 72,1%) e agli altri grandi paesi europei. Siamo penultimi in Europa davanti solo alla Grecia.

Nel 2019, in Italia, avevano il diploma il 64,5% delle donne una quota di 5 punti percentuali superiore a quella degli uomini (59,8%). Nella media Ue il divario a favore delle donne è invece pari ad appena un punto. Inoltre, il 22,4% delle donne ha conseguito una laurea, contro il 16,8% degli uomini; un vantaggio femminile che ancora una volta è più marcato rispetto alla media Ue. Il risultato è frutto anche di una crescita dei livelli di istruzione femminili più rapida: in cinque anni sia la quota di donne almeno diplomate, sia quella di laureate è aumentata, di 3,5 punti percentuali, mentre per gli uomini l’incremento è stato, rispettivamente di 2,2 e di 1,9 punti. Da osservare però che nel nostro Paese esiste ancora un forte svantaggio femminile se si considerano le lauree tecnico-scientifiche, le cosiddette lauree STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics): il 37,3% degli uomini ha una laurea STEM contro il 16,2% delle donne. In generale, poi, la quota di donne italiane che ha conseguito una laurea è ancora di 13 punti percentuali inferiore alla media Ue (22,4% contro 35,5%) e supera i 18 punti nel confronto diretto con Francia (40,6%) e Spagna (41,3%).

L’investimento in istruzione ha contributo al costante aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro, associandosi a cambiamenti culturali profondi, come pure al processo di terziarizzazione dell’economia, all’aumento delle occupate straniere nei servizi alle famiglie e, negli ultimi anni, anche al progressivo innalzamento dei requisiti per accedere alla pensione. Nonostante queste tendenze, il tasso di occupazione femminile è aumentato solamente di circa 15 punti in 40 anni (dal 33,5% del 1977 al 48,4%); in questo stesso periodo il divario rispetto agli uomini si è ridotto di circa 23 punti percentuali sebbene, negli ultimi anni, la tendenza sia determinata anche dal calo dell’occupazione maschile, particolarmente colpita dalla crisi economica avviata nel 2008.

A seguito dell’emergenza sanitaria, nel 2020 si è osservato un leggero aumento del gap di genere (dai 17,6 punti percentuali dello stesso trimestre del 2019 a 18,2). Rispetto allo stesso periodo del 2019 il tasso di occupazione femminile è sceso, infatti, al 48,4%, contro il 66,6% di quello maschile, registrando un calo superiore a quello degli uomini (2,2 contro 1,6 punti).

La diminuzione dell’occupazione si è concentra, infatti, nel terziario, soprattutto nel comparto di alberghi e ristorazione e in quello dei servizi domestici alle famiglie, investendo maggiormente le donne, italiane e straniere, che in questo settore sono particolarmente rappresentate. Come per gli uomini, anche tra le donne, il calo occupazionale indotto dall’emergenza sanitaria è particolarmente accentuato tra le più giovani. Il tasso di occupazione delle 15-34enni è sceso, rispetto al 2019, di 4,3 punti, raggiungendo un valore del 32,1%. Il tasso è salito al 50,2% per le donne di età compresa tra i 50 e i 64 anni e  ha raggiunto il 62% tra le 35-49enni, che nel 2020 hanno perso, rispettivamente, 0,8 e 1,6 punti.

Come abbiamo già anticipato, a marzo 2022, i dati, depurati dalla componente demografica, hanno evidenziato un trend molto positivo dell’occupazione giovanile under 35. In sintesi: nel 2022 è aumentata l’occupazione, soprattutto femminile a tempo indeterminato e tra i 25 e i 34 anni. Nel contempo sono diminuiti (8,3%)  i disoccupati, cioè coloro che cercano lavoro ma non lo trovano, e contestualmente è calato il numero degli inattivi, cioè di coloro che non lavorano e non lo cercano. Di norma  questi due indicatori hanno segni contrapposti: il fatto che entrambi abbiano segno meno indica un mercato del lavoro in ripresa abbastanza solida. Più persone  si sono attivate per cercare lavoro, e lo hanno trovato.

Nelle settimane scorse si è molto discusso del caso di una imprenditrice bolognese che intende assumere solo donne over40, perché già libere da impegni di assistenza a figli piccoli. Peraltro la stessa imprenditrice ha subito, in quei giorni, anche una condanna per comportamento antisindacale perché obbligava le dipendenti ad effettuare lavoro straordinario: il che era coerente con la concezione del lavoro di quella imprenditrice, intesa come priorità assoluta rispetto ad altre esigenze di vita. A questo proposito si parla di “conciliazione’’ tra i differenti aspetti della condizione della donna sul lavoro e in famiglia. Perché è frequente che a una lavoratrice rimanga un numero di anni limitato – nel quale potersi dedicare al lavoro e alla carriera – tra le due fasi della vita che intercorrono tra l’educazione dei figli minorenni e l’assistenza ai genitori anziani. Le leggi si sono fatte carico nel tempo di consentire a una lavoratrice di esercitare queste funzioni su entrambi i fronti dell’assistenza. Vi sono teorie che sostengono persino che la vera differenza per dei genitori anziani invalidi è data dall’avere delle figlie femmine anziché dei maschi.

Nell’ambito degli interventi di promozione dei diritti e delle libertà fondamentali, particolare attenzione è stata posta negli ultimi anni agli interventi a sostegno del principio della parità di genere in tutte le sue forme e attività. Come sottolineato dalla Commissione europea nella comunicazione relativa alla strategia per la parità di genere 2020-2025, finora nessuno Stato membro ha realizzato la parità tra uomini e donne: i progressi sono lenti e i divari di genere persistono nel mondo del lavoro e a livello di retribuzioni, assistenza e pensioni; nelle posizioni dirigenziali e nella partecipazione alla vita politica e istituzionale. A livello globale, il raggiungimento dell’uguaglianza di genere e della emancipazione di tutte le donne e le ragazze rappresenta uno dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile che gli Stati si sono impegnati a raggiungere entro il 2030.

In Italia, l’azione legislativa negli ultimi anni si è focalizzata, da un lato, sul mondo del lavoro, che è stato oggetto di numerosi interventi normativi volti a riconoscere equiparazione dei diritti e maggiori tutele alle donne lavoratrici. In questa direzione vanno, in particolare, le disposizioni volte a favorire la conciliazione tra tempi di vita e tempi di lavoro (anche attraverso un bonus per servizi di babysitting) e il supporto alla genitorialità, nonché le disposizioni per il contrasto delle cd. dimissioni in bianco. Sono stati inoltre rafforzati gli strumenti di sostegno finalizzati alla creazione e allo sviluppo di imprese a prevalente o totale partecipazione femminile. Un altro filone di interventi ha riguardato l’attuazione dell’art. 51 della Costituzione, sulla parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive, incidendo sui sistemi elettorali presenti nei diversi livelli (nazionale, regionale, locale e al Parlamento europeo), nonché sulla promozione della partecipazione delle donne negli organi delle società quotate. Una crescente attenzione è stata inoltre dedicata alle misure volte a contrastare la violenza contro le donne, perseguendo tre obiettivi: prevenire i reati, punire i colpevoli e proteggere le vittime. La centralità delle questioni relative al superamento delle disparità di genere viene ribadita anche nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) per rilanciare lo sviluppo nazionale in seguito alla pandemia. Il Piano infatti, individua la Parità di genere come una delle tre priorità trasversali perseguite in tutte le missioni che compongono il Piano. Prosegue infine la sperimentazione per la redazione del bilancio di genere, in sede di rendicontazione del bilancio dello Stato, giunto alla sua quinta edizione, mentre nel 2021 è stata avviata del Servizio studi della Camera dei Deputati, sempre in via sperimentale, l’analisi di impatto di genere quale elemento dei dossier di documentazione sulle proposte di legge di iniziativa parlamentare all’esame della Camera stessa.

Sul versante dell’ordinamento giuridico la condizione della donna è tutelata in tutti i suoi aspetti: nei rapporti interpersonali, per l’accesso e sul lavoro, nel campo della c.d. riproduzione sociale e nella cura dei figli, nel lavoro a tempo parziale (N.B. i paesi in cui è più elevata l’occupazione femminile sono gli stessi che hanno le quote più elevate di lavoro a part time), nell’assistenza ai disabili e quant’altro. Emerge però un problema cruciale che costituisce una delle pietre d’angolo delle difficoltà del lavoro femminile. Fino a quando solo alla donna saranno attribuiti – nell’ambito della coppia, della famiglia e delle comunità – i ruoli attinenti al menage quotidiano, non si verrà mai a capo della differenza di genere. Perché – oltre una certa misura e a prescindere da talune funzioni naturali che solo la donna può svolgere – è la collettività a caricare di tutele la donna per non mettere in discussione il ruolo del partner. Perché in questo caso la manodopera femminile viene caricata di vincoli che la rendono meno flessibile sul posto di lavoro. Per farla breve la donna non può pretendere dal lavoro e dalla società di essere aiutata o sgravata da quei compiti e da quelle mansioni che, nell’ambito della coppia, restano attribuiti solo a lei al fine di consentire al partner di fare carriera sul lavoro e, al limite, di giocare la partita serale a calcetto con gli amici. Secondo tale impostazione la persona che godrebbe degli effetti finali della tutela della donna sul lavoro, continuerebbe ad essere l’uomo. Questi problemi sono venuti in modo ancora più trasparente alla ribalta durante l’emergenza sanitaria e il ricorso al lavoro agile.

Tuttavia –  come è scritto in un dossier del Servizio studi della Camera –  dedicato a questa esperienza lavorativa, perché le finalità di promozione delle pari opportunità siano effettivamente realizzate è necessario affrontare il tema della condivisione dei carichi di cura familiare, attraverso la previsione di misure volte ad un maggior equilibrio di genere nella suddivisione del lavoro domestico e di cura. Il diritto al lavoro agile dovrebbe spettare ad entrambi i genitori in quanto tale diritto non è configurabile come congedo, ma come una modalità flessibile di esecuzione della prestazione lavorativa subordinata che dovrebbe permettere la conciliazione e la condivisione delle responsabilità genitoriali: laddove infatti il diritto a svolgere il lavoro in modalità agile continui ad essere concepito quale rimedio esclusivo di un solo genitore (per lo più della madre) in alternativa alla sua fruizione da parte dell’altro, “vi è il forte rischio di inevitabili diseguaglianze in danno delle lavoratrici, le quali si vedranno costrette a rinunciare al lavoro per svolgere le funzioni assistenziali”. In sostanza: la parità inizia tra le mura di casa.

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