Ritiro sociale: un fenomeno che merita di essere indagato

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All’articolo di Marco Managò sul fenomeno del ritiro dalla vita sociale, sempre più esteso soprattutto tra i giovani e i giovanissimi, ricco di molte e condivisibili osservazioni sulle cause immediate del fenomeno, occorre forse aggiungere una riflessione su possibili cause “remote”.

Tra queste penso debba essere annoverato il mutamento profondo del ruolo sociale ed educativo della famiglia – fino a ieri testimone di una socialità orientata al mutuo (e gratuito) aiuto – intercorso nelle ultime due generazioni. I giovani di oggi sono in larga misura figli e spesso anche nipoti di persone che hanno accettato due assunti fondativi della società odierne: che il Pil sia l’indice più completo dello sviluppo di uno stato e, conseguentemente, ciò che non può essere contabilizzato nel Pil rappresenti un disvalore non solo per il singolo ma per l’intera società.

Queste scelte sono chiaramente documentate dalle politiche familiari di questi decenni, esclusivamente tese non ad aiutare la vita della famiglia (e in realtà neppure la libera scelta della donna!) ma a sostituirla con servizi. Nel tempo ciò ha generato una mentalità, presente oggi in larga parte delle ultime generazioni di genitori, convinti di una loro inadeguatezza a questo ruolo anche quando viene volontariamente scelto.

Tra le molte cose che la pandemia ci ha obbligato a riconoscere è l’esistenza di una difficoltà, per molti di una incapacità, a condividere tempi e occasioni legati ad una vita effettivamente comune, non solo vissuta nel cosiddetto “tempo libero” e legata esclusivamente all’ambito della affettività, spesso purtroppo fatta coincidere con la sessualità.

Quali riferimenti esperienziali sono così, almeno di fatto, rimasti ai giovani se non quelli socialmente riconosciuti e avvalorati? Solo il successo (o meglio il perseguimento del successo con tutte le proprie energie) appare metro adeguato con cui misurare il proprio valore.

Si guarda sempre alla scuola come al luogo in cui far conoscere ai giovani altri obiettivi. Purtroppo i risultati sono sempre drasticamente inferiori alle attese non solo e non tanto per inadeguatezze operative quanto per difficoltà oggettive a coniugare, in un contesto istituzionalmente dedicato alla crescita dei giovani, la dimensione dell’accoglienza e quella dell’aiuto a renderli consapevoli di essere in cammino verso un obiettivo importante e condivisibile. Perseguire l’accoglienza infatti rende molto difficile a ciascun allievo riconoscere l’obiettivo di crescita verso cui si è in cammino. Mentre un obiettivo declinato in termini esclusivi di conoscenze e di razionalità formale (scienza) determina una frammentazione ed una aridità avvertita dagli allievi fin dagli ultimi anni della scuola elementare in cui, come molte indagini hanno documentato, hanno perso la speranza di trovare un significato per se stessi, anche se, fortunatamente, ancora una maggioranza la sopporta, spesso perché sostenuti dalla famiglia. Ma i più soli e i più fragili….

Il tema sollevato da Managò merita quindi di continuare ad essere indagato andando oltre la lettura sociologica e psicologica che pur rappresentano il necessario punto di partenza.

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