Riconosciamo nel fratello sofferente il volto di Cristo

Masci
Foto di James Chan da Pixabay

Quando ho conosciuto l’Ordine di Malta sono rimasto molto colpito da come i Cavalieri e le Dame si rivolgevano ai malati, chiamandoli “Signori Malati”. Non ho colto sul momento l’importanza dell’attenzione e del rispetto che si deve ad una persona malata, sofferente. Spesso sentiamo dire: “in questa vita bisogna soffrire”. Una frase che sentiamo ripetere spesso con superficialità, poi arriva il momento in cui la sofferenza bussa alla tua porta e tutto cambia. Hai la possibilità di “sperare” o di “disperare”. Perché proprio a me? Questo è il momento della croce e del silenzio, è il momento in cui pensi a quell’Uomo Dio che ha sudato sangue, ha pianto, ha urlato verso il Cielo: “Padre, allontana da me questo calice!” ma è anche il momento in cui devi ripetere con il Cristo: “Tuttavia non sia fatta la mia, ma la Tua volontà.” (Lc 22,42).

Come uomini ripugniamo la sofferenza e la morte. Ma come cristiani sappiamo che la sofferenza e la morte non sono fine a sé stesse. Noi soffriamo perché fratelli di Cristo, moriamo, ma per risorgere ad una vita piena, che non finirà mai. “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo, se invece muore, produce molto frutto”. Esiste una morte sterile ed una morte feconda. Di fronte alla vita che scorre come un fiume, in talune parti reso impetuoso dalle correnti, in altre che forma specchi di acqua cristallina, noi cristiani siamo chiamati ad usare i nostri talenti, a favore di noi stessi e di quello che Gesù chiama “il prossimo” e possiamo assumere due atteggiamenti: farci paralizzare dalla paura della sofferenza, del momento e del futuro, scegliendo le certezze terrene, il denaro, il potere… ed allora la vita è un lento morire; o accettare la sfida ed anche la stessa sofferenza che non ci risparmia come umani, ed allora il nostro vivere è anche condivisione, compassione e allora questa è “la morte feconda di chi si apre alla vera vita e porta frutto”.

Noi possiamo vedere nel fratello e nella sorella che soffrono Cristo e tendergli la mano, con rispetto, con amore, restituendo loro quella dignità che la sofferenza sembrerebbe togliere. Vestire un malato che soffre, asciugare una lacrima: questa è la missione del Cavaliere dell’Ordine di Malta, questa è la missione del Cristiano. “Si diventa pienamente umani, si cresce alla statura di Cristo diventando capaci di donare fino a dare la vita. L’abbondanza del frutto dell’amore è nel dono della vita: ‘Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici'” (Gv 15,13). Con il suo martirio Ignazio di Antiochia ha fatto un’esegesi vivente di queste parole. Nel suo viaggio verso Roma dove lo attendeva l’esecuzione della condanna a morte, scrive ai cristiani di quella città perché non impediscano il suo martirio: “Lasciatemi essere pasto delle belve: sono frumento di Dio macinato dai loro denti per diventare puro pane di Cristo” (Ai Romani 4,1).

Quanto è difficile in questo mondo essere uomini, quanto è difficile essere cristiani! Si diventa uomini con la conoscenza, con l’intelligenza, con la forza di volontà che non si piega al compromesso e all’ingiustizia. Si diventa cristiani accogliendo la parola del Cristo e mettendola in pratica. “Non chiunque mi dice: «Signore, Signore», entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21). Il Signore Gesù ci parla ogni giorno ma se vogliamo compiere le sue meraviglie dobbiamo affidarci a Lui, a quel “sia fatta la Tua volontà” avendo ben chiaro che non ci salveremo da soli ma solo tendendo la mano al fratello sofferente perché è lui il Volto del Cristo.

Diceva San Giovanni Paolo II: “Il dolore e la malattia fanno parte del mistero dell’uomo sulla terra. Certo, è giusto lottare contro la malattia, perché la salute è un dono di Dio. Ma è importante anche saper leggere il disegno di Dio quando la sofferenza bussa alla nostra porta. La ‘chiave’ di tale lettura è costituita dalla Croce di Cristo. Il Verbo incarnato si è fatto incontro alla nostra debolezza assumendola su di sé nel mistero della Croce. Da allora ogni sofferenza ha acquistato una possibilità di senso, che la rende singolarmente preziosa. Da duemila anni, dal giorno della Passione, la Croce brilla come somma manifestazione dell’amore che Iddio ha per noi. Chi sa accoglierla nella sua vita sperimenta come il dolore, illuminato dalla fede, diventi fonte di speranza e di salvezza”.