Quale pace se non salviamo ogni vita?

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:06

Il momento che l’Europa sta attraversando è drammatico, il dolore, lo strazio, il gelo della guerra ci stanno avvolgendo. Pace! Pace! È il grido dei popoli d’Europa. Ma come può realizzarsi veramente la pace senza il rispetto e l’accoglienza della vita umana, di ogni vita umana? Per questo proponiamo ai lettori di “In Terris” una riflessione di Carlo Casini, scritta in occasione della IX Giornata per la vita (1° febbraio 1987) dedicata quell’anno al tema “Quale pace se non salviamo ogni vita”? Lo scritto di Carlo Casini (“Sì alla vita”, a. X, n. 1, gennaio 1987, p. 3) è pubblicato in Carlo Casini, Per ritrovare speranza, a cura di Marina Casini, Elisabetta Pittino, Giovanna Sedda, Edizioni Movimento per la Vita, Roma 2022.

Un interrogativo che turba

«Se accettiamo che una madre possa uccidere il frutto del proprio seno, che cosa ci resta? L’aborto è il principio che mette in pericolo la pace del mondo». Questa affermazione, così netta, senza sfumature, fu fatta da Madre Teresa di Calcutta nel ricevere il premio Nobel per la pace ed è divenuta il suo messaggio costante. «Se veramente vogliamo la pace – ella disse parlando all’ONU nel 1985 – approviamo una decisa risoluzione: non permettere che un solo bambino viva senza amore ed elimineremo l’aborto perché è il maggior distruttore della pace ed un terribile assassinio».

Una affermazione esagerata, frutto di una mente fanatica oppure Madre Teresa deve essere presa sul serio? Che cosa ha a che vedere l’aborto, così “silenzioso”, così “invisibile”, così “privato”, con la tragedia della guerra, con il suo dolore ben sperimentabile, con il rumore assordante delle esplosioni, con il suo coinvolgimento “collettivo” di popoli?

Eppure Madre Teresa di vittime visibili e urlanti per dolore, di tragedie collettive se ne intende. Ha passato una vita accanto ai morenti, ai lebbrosi, ai rifiutati da tutti. Per questo le è stato assegnato il Nobel. La sua parola non può essere presa alla leggera: è il frutto di una lunga esperienza in mezzo alle piaghe del mondo.

“Quale pace se non salviamo ogni vita?”. La domanda della Chiesa italiana cade in mezzo ai cortei, ai convegni, alle mobilitazioni per la pace. L’interrogativo è conturbante, persino provocatorio: non basta gridare “pace, pace” per essere costruttori di pace. Troppe volte nella storia vi è stato persino un uso bellico di questa parola sfruttata per nascondere i preparativi omicidi. La domanda vuol far scoprire il fondamento della pace che non è la paura: non è pensando alla propria personale sicurezza che si costruisce l’amicizia. Costruisce la pace chi è disposto a dare la propria vita per l’altro, non chi è pronto a qualsiasi cosa pur di salvare la propria. “Se vuoi la pace difendi la vita” fu la formula di Paolo VI: è il valore dell’uomo, la sacralità della sua vita la ragione profonda e vera che fa avvertire come estremamente contraddittoria l’organizzazione della morte che chiamiamo guerra.

“Quale pace se non salviamo ogni vita?”. La domanda che nasce dalla coscienza cristiana interpella tutti gli uomini, li chiama ad attuare i loro progetti di pace, sottoscritti da tutti i popoli, appena usciti dall’orrore dell’ultima guerra mondiale. Alludo alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, che inizia proclamando che «Il fondamento della libertà, della giustizia e della pace è il riconoscimento della dignità di ogni essere appartenente alla famiglia umana». Colui che deve ancora nascere, per piccolo che sia, è o no un “essere appartenente alla famiglia umana”? E la “dignità” umana non implica forse il valore in sé di ogni esistenza? Come dunque possiamo ritenerci un paese in pace dopo aver riletto i rapporti ministeriali che parlano di oltre 200.000 aborti ogni anno? Come potremo continuare a fare i nostri cortei per la pace senza pensare anche ad essi?

C’è qualcosa di frustrante nel chiedere la pace se essa è intesa soltanto come un astenersi da atti di guerra dei grandi del mondo. Sì, è vero, l’opinione pubblica ha oggi una notevole importanza, ma in definitiva il grido di pace, pur giusto, ha bisogno di essere ascoltato da chi può decidere, il suo effetto reale dipende da altri, non è immediatamente costruttore di pace.

“Quale pace se non salviamo ogni vita?”. La domanda vuole che ci riappropriamo della pace, che essa torni nelle nostre mani. Noi possiamo ogni giorno essere concretamente costruttori di pace. La misura è la vita umana, qualsiasi (“ogni”) vita salvata, cioè riconosciuta, accolta, valorizzata, tolta dall’anonimato del “non contare”, insomma amata per se stessa, in quanto vita umana e per noi cristiani in quanto parola d’amore di Dio, riscattata dal Suo sangue, senso dell’intero creato, gloria di Dio («la gloria di Dio è l’uomo vivente»). Nella Giornata per la Vita è giusto che si parli soprattutto di aborto. L’iniziativa, infatti, nacque non appena fu approvata la Legge che ha liberalizzato l’interruzione volontaria della gravidanza. Non siamo legittimati a chiedere ad altri la pace se prima noi non salviamo ogni vita, specie quando essa è affidata a noi in modo particolare. L’invito non riguarda soltanto le madri e i padri che si trovano di fronte ad una gravidanza indesiderata, ma tutti noi, dalla cui parola, dal cui esempio, dalla cui testimonianza dipende la salvezza di molte vite. Infatti alla coscienza individuale resta quasi esclusivamente affidato il compito di difendere la vita nascente e bisogna adunque rafforzare in essa le motivazioni del coraggio, così come bisogna condividere le difficoltà quante volte siano esse ad insidiare la vita.

Ma se la vita non nata è il punto di partenza, vediamo bene l’intero orizzonte. Infatti il bambino non nato, ucciso dall’aborto è un po’ il simbolo di ogni possibile ultimità umana, di ogni “non contare” dell’uomo in tutto l’arco della sua esistenza. La vita incipiente è oggi molto insidiata anche dai nuovi metodi di procreazione artificiale e la vita morente o sofferente sente già discutere intorno a chi vuole considerarla “senza valore”. Ma non basta. Non rassegnarsi all’aborto implica anche avere “occhi nuovi” per riconoscere pienamente il valore di ogni persona che apparentemente “non conta”: “Quale pace se non salviamo ogni vita?”.

Nonostante le guerre e le violenze c’è un germe di pace e di amore diffuso ovunque nella realtà umana, segno misterioso della volontà di amore e di pace che costituisce il senso stesso dell’universo. Questo germe è la famiglia. L’origine di ogni vita umana è legata all’amore di un uomo per una donna e lancia verso il futuro la fiducia dell’amore e nella pace. E perciò: “Quale pace se non salviamo ogni vita?”.

Se vuoi commentare l'articolo manda una mail a questo indirizzo: scriviainterris@gmail.com
Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.