Quale futuro sulle pensioni?

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Ci deve essere una clausola segreta negli accordi di maggioranza e di governo attraverso la quale i partiti si sono impegnati  a non parlare di pensioni per almeno i classici  100 giorni che vengono di solito presi a riferimento per  misurare la spinta propulsiva di una compagine governativa.

Non si spiega, infatti, perché del tema che da sempre angoscia gli italiani, che è da decenni al centro del dibattito, che ha smontato governi ed orientato il voto degli elettori, sia calato un silenzio assordante a livello delle istituzioni, mentre continuano a fiorire indiscrezioni, proposte e soluzioni.  Perché esiste un appuntamento fissato da tempo: a fine anno scade il periodo di sperimentazione di quota 100 e sembra confermato l’orientamento di evitare una proroga.

Prima ancora arriva il DEF ad anticipare la manovra di bilancio. Non si potrà continuare a fischiettare per dimostrare un certo fair play. Per ora in campo, in forma ufficiale, c’è solo la proposta comune delle confederazioni sindacali: il superamento definitivo della riforma Fornero dovrebbe avvenire attraverso due tipologie di uscita distinte per i seguenti diversi requisiti: almeno 62 anni di età e 20 di contribuzione oppure 41 anni di anzianità di servizio a qualunque età. Penso che non ci credano neppure i dirigenti sindacali di incassare questi risultati, anche se il ministro Nunzia Catalfo non aveva fatto un balzo dalla poltrona quando gli avevano illustrato la loro piattaforma rivendicativa, ma l’aveva trovata interessante.

Mario Draghi conosce i problemi ed è consapevole che quando Bruxelles ci invita a fare le riforme, vi include anche il rientro nelle regole della disciplina Fornero. L’ipotesi che circola con maggiore insistenza – sia pure con qualche variante – è quella di conservare una forma di pensionamento anticipato intermedio tra il trattamento di vecchiaia (67 anni e almeno 20 di contributi)  e quello ordinario di anzianità (42 anni e 10 mesi per gli uomini e un anno in meno per le donne) che peraltro rimarrà bloccato (rebus sic stantibus) fino a tutto il 2026.

Vi sarebbe un piccolo ritocco, nel senso che il requisito anagrafico salirebbe a  64 anni e la somma con il requisito contributivo di 38 anni arriverebbe a 102. Rimane aperto il dibattito sul metodo di calcolo che sarebbe adottato (tutto contributivo) e per una eventuale penalizzazione economica. Chi fa questa proposta non riflette a sufficienza sulla esperienza di quota 100, così non si rende conto della inutilità di questa correzione. Vediamo perché.

Le analisi hanno dimostrato che, nei confronti delle attuali coorti di pensionati, il vincolo congiunto dei 62 e dei 38 anni è stato ben più severo nei suoi effetti di quanto non immaginassero i suoi promotori. I dati raccolti dalla Corte dei Conti (CdC), ad esempio, dimostrano che ad azzeccare di preciso la quota 100 doc (ovvero 62+38) sono state nel 2019 circa 5mila pensioni, il 3% del totale (rispetto alle 156.700 liquidate pari al 58% di quelle previste nella Relazione Tecnica: il primo segnale del fallimento). Mentre in generale i lavoratori che si sono avvalsi della deroga avevano un’anzianità di servizio maggiore di 38 anni. Il che significa che le generazioni dei baby boomers interessate erano in grado di far valere un’anzianità minima di 38 anni prima di aver compiuto i 62 anni di età. E quindi per conseguire pure il requisito anagrafico questi soggetti hanno dovuto rimanere in attività ancora per qualche anno.

Ecco perché è largamente superiore il numero di chi si è avvalso del pensionamento anticipato ordinario per conseguire il trattamento, benché  per esso sia richiesta una più elevata anzianità contributiva, a prescindere tuttavia dall’età anagrafica. “La lettura dei dati sulle pensioni accolte nel 2019, disaggregati in base all’età, mostra – ha scritto la CdC – un generale addensamento sui 63 anni (circa il 27 per cento). I pensionati con quota 100 con almeno 66 anni di età (e quindi prossimi al pensionamento di vecchiaia di 67 anni di età) sono mediamente il 14 per cento del complesso. Escludendo questa fascia, comunque, non si ravvisano particolari picchi o anomalie nella distribuzione dei pensionati. Questo sembra confermare – ribadiva ancora  la CdC –  che la discriminante più importante, nell’adesione a quota 100, sia stata l’anzianità contributiva piuttosto che l’età”.

In sostanza,  l’uscita anticipata ha finito per attrarre principalmente coloro che – per anzianità contributiva – avevano la minima distanza dalla soglia prevista per l’uscita anticipata (42 anni e 10 mesi per gli uomini, 41 e 10 mesi per le donne): circa la metà dei lavoratori uomini è andato in pensione con almeno 41 anni di anzianità; le donne con almeno 40 anni di anzianità risultano il 53 per cento del totale, oltre il 30 per cento ha almeno 41 anni di anzianità.

Questi trend dimostrano che gli effetti di quota 100 saranno destinati – alla scadenza della deroga alla fine del 2021 – a confluire verso l’utilizzo del pensionamento anticipato ordinario, bloccato fino a tutto il 2026, a 42 anni e 10 mesi per gli uomini e un anno in meno per le donne. Se questa è la tendenza, che verrebbe ampliata notevolmente a fronte di un requisito anagrafico di 64 anni, tanto vale lasciare che il sistema si assesti da sé rientrando nelle regole da cui è stato deviato nel 2019 dal governo giallo-verde. Senza perdersi d’animo col pretesto dello scalone.

Il sistema dunque ritornerebbe sul tracciato della riforma Fornero. Per coloro che andassero in quiescenza con il sistema misto (la gran parte dei pensionati dei prossimi anni) sarebbero previste:

a) una pensione di vecchiaia con 67 anni di età e almeno 20 di contributi;

b) una pensione anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi (e un anno in meno per le donne) a prescindere dall’età, tenendo presente che i requisiti sanciti da questa norma, allo stato degli atti, rimarranno in vigore fino a tutto il 2026.

Si può obiettare: ma quota 100 copriva uno spazio intermedio per chi voleva andare in quiescenza prima di aver maturato il diritto al trattamento anticipato. A parte il fatto che i dati dimostrano che molti baby boomers hanno conseguito la pensione ordinaria di anzianità ad un’età inferiore ai 62 anni previsti da quota 100, ma nell’ordinamento vi è un altro istituto collaudato che risponde a questa esigenza: l’Ape sociale che – come è noto – consiste in una indennità, corrisposta fino al conseguimento dei requisiti pensionistici, a favore di soggetti che si trovino in particolari condizioni di disagio e difficoltà personali o lavorative a fronte di 63 anni di età e, a seconda dei casi, a 30 o 36 anni di contribuzione. E’ garantito quindi un anticipo fino a 43 mesi dalla data della decorrenza. Si dirà che si tratta di una prestazione “condizionata” alla presenza di particolari requisiti (in verità ad ampio spettro). Ma se si vuole proprio fare il pieno perché non ripristinare l’Ape volontario?

Dettaglio di genere e di età media degli aventi diritto alle misure introdotte dal D.L. 4/2019
Benefici pensionistici Istanze presentate Numero Benefici Concessi Età media alla data di decorrenza del beneficio durata media
Donne Uomini Totale Donne Uomini Totale Donne Uomini Totale
Quota 100 D.L. 28 gennaio 2019, n.4 – art. 14 44.625 126.891 171.516 24.433 82.391 106.824 64 64 64 24 mesi
Pensione anticipata D.L. 28 gennaio 2019 – art. 15 43.935 73.442 117.377 19.007 31.871 50.878 62 62 62 2 mesi
Opzione donna D.L. 28 gennaio 2019, n. 4 – art. 16 19.650 19.650 11.928 11.928 59 59 52 mesi

 

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