“Popoli fratelli, Terra futura”: un inno alla speranza e dare del “tu” alla vita

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L’incontro internazionale “Popoli fratelli, Terra futura”, organizzato a Roma dalla Comunità di Sant’Egidio, è un inno alla speranza ed un monito per guardare in faccia alla storia e per dare del “Tu” alla vita, iniettando un nuovo umanesimo nella comunità ad ogni latitudine capace di unire le diversità, superare le disuguaglianze e le povertà.

Il Santo Padre Francesco e i leader religiosi del mondo hanno rinnovato al Colosseo l’invito ad essere parte dell’intera famiglia umana perché soltanto “insieme” è possibile conquistare la pace e salvare il pianeta. Non poteva esserci un incontro più significativo in questa fase pandemica per ripartire ed uscire dalla crisi.

Come afferma Dominique Barthélemy, domenicano francese e studioso biblico, le crisi possono trasformarsi in inaspettate opportunità.

Gli ebrei, deportati nel VI secolo a.c a Babilonia, hanno affrontato la loro peggiore crisi poiché in terra straniera si sono misurati con la loro religione ormai senza tempio, senza re e senza terra, intuendo che la loro fede doveva legarsi più al trascendente che al rituale del culto.

Sfide che la Comunità di Sant’Egidio ha saputo cogliere, coltivando la grande stagione degli interrogativi, della “fatica del pensare”, come sostenuto da Jacques Maritain, e della capacità di uno sguardo lungo sulla molteplicità delle complesse questioni per abbandonare il tempo attuale più intrigante e fascinoso che pretende di possedere risposte totalizzanti a buon mercato.

Nell’intervento del prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, “ciascuno conta molto” ed è la speranza che “disarma il clima che ci circonda”, si intuisce la profonda tensione morale che accompagna l’uomo perché comprenda che egli non è una monade negli spazi senza tempo, ma una persona capace di fermarsi sulla soglia per riconoscere il Creatore e volgere lo sguardo al trascendente. Un tratto che il proscenio al Colosseo ha reso visibile e soprattutto ha aiutato a riflettere sulle fragilità dell’uomo, sui grandi temi legati alla vita umana e sul suo destino.

Papa Francesco ha indicato un percorso impegnativo “meno armi e più cibo, meno ipocrisia, più trasparenza, più vaccini e meno fucili“.

Più che le grandi dispute teologiche; più che le distanze che separano i cristiani; più che la storia che ha costruito barriere nel nome di un proprio Dio e dei fondamentalismi che hanno accentuato la rigidità di posizioni precostituite… il dialogo e l’aspirazione alla pace sono stati i punti fermi di Bartolomeo I per il mondo ortodosso, di Justin Welby per i protestanti, del leader dell’Islam sunnita, il Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, della cancelliera tedesca Angela Merkel, di Pinchas Goldschmidt, presidente della Conferenza dei rabbini europea, di Shoten Minegishi, monaco buddista Soto Zen in Giappone, di Lakshmi Vyas, presidentessa dello Hindu Forum of Europe, di Jaswant Singh, Gurdwara Shri Kalgidhar Sahib.

Nell’esperienza del virus è racchiusa la vera natura dell’uomo che è, sì, potente, ma non onnipotente e la Comunità di Sant’Egidio lo ha ricordato.

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