Polemiche su Sanremo da un settore stremato dalla pandemia

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Scrivere sull’imminente edizione di Sanremo è piacevole quanto camminare sul filo del rasoio. Parto svantaggiato, perché non amo le polemiche sterili e rifuggo i battibecchi causati da posizioni polarizzate, elementi di cui però è golosissimo ogni Festival. Mi limiterò a descrivere alcune realtà; poi ognuno ne trarrà quel che ritiene opportuno. D’altronde, non sono io ad aver esortato: “Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono” (1Ts 5,21).

Sanremo 2021 è nato tra le polemiche. Nulla di strano, direte voi, se non fosse per il fatto che le feroci critiche alla 71° edizione della kermesse canora sono state sparate dal fuoco “amico”. Artisti e addetti del settore hanno manifestato largamente la loro indignazione contro la decisione di realizzare il Festival nonostante il drammatico (e in parte ingiustificato) blocco totale delle manifestazioni dal vivo. Per capire la ragione di tale malessere va esplicitato che, a causa delle disposizioni anti-covid, il settore musicale è letteralmente alla canna del gas. Non parlo dei giganti dello showbiz, le cui discendenze potranno prosperare per secoli anche in assenza di una ripresa, ma delle centinaia di migliaia di lavoratori dello spettacolo – perlopiù sconosciuti al mondo mainstream – che non possono lavorare da marzo 2020.

Manca un ammortizzatore sociale per la categoria, i minuscoli ristori stanziati dal Conte bis si sono fermati al mese di agosto 2020 (!). Aggiungiamo l’assoluta impossibilità di programmare qualsiasi attività di spettacolo in un campo in cui la progettazione è vitale per la stessa esistenza del settore, e si comprende bene quale sia la polveriera su cui si è posato il granitico carrozzone del Festival. Polveriera composta da mezzo milione di artisti, tecnici, agenti ecc. per i quali la situazione si è fatta insostenibile.

In un certo senso le proteste del “fuoco amico” hanno prodotto dei risultati, che però hanno il sapore amaro di una sterile rivalsa. Si è infatti ottenuto che all’Ariston non ci fosse il pubblico. Gli eventi esterni al Festival sono stati vietati. Tutti dovranno arrivare in teatro indossando gli outfit di scena; i fiori e i premi verranno consegnati su un carrello, per evitare il contatto. Agli artisti ed ospiti è poi suggerito di spostarsi con navette provviste di vetri oscurati per evitare anche solo l’ipotesi che a qualche irriducibile fan venga voglia di fare… il fan!

Non credo fosse questo lo scopo dell’urlo di malessere emerso da più parti.

Personalmente non sopporto i “rosiconi”. Amadeus ha cercato di comporre una compagine piuttosto variegata e penso che Sanremo sarà una boccata d’ossigeno per una quarantina di artisti (big, giovani, duetti e ospiti), per il loro entourage fatto di numerosi collaboratori e aziende (autori, produttori, musicisti e turnisti, etichette discografiche, distributori, agenzie, management, addetti stampa, stylist ecc). Anche se piccola, una porzione del nostro mondo potrà tirare il fiato, alcuni addirittura prosperare. E sinceramente sono molto felice per loro!

Al contempo, è corretto considerare l’osservazione che emerge da una parte del mondo della musica: alcuni dei cantanti in gara o invitati (e coloro che li rappresentano) sembrano particolarmente baciati da una sorta di “fortuna”, una dea bendata che per questo evento pare vederci benissimo. Tra la lista dei selezionati troviamo infatti degli habitué che hanno potuto godere più e più volte del supporto della RAI nel corso degli anni, costruendo di fatto la carriera su questi passaggi televisivi (e quindi togliendo automaticamente spazio e opportunità ad altri).

Nel contesto di crisi che viviamo, le disparità diventano un elemento insopportabile. Sembrano voler sottolineare che, a certi livelli, nemmeno in un tempo così grave si coglie l’imperativo morale di sostenere quelle fette del settore discografico cronicamente tagliate fuori dal sistema massmediatico statale.

Il Festival però deve ancora cominciare. E solo alla fine potremo esprimere un pensiero (e non un giudizio, quello lo lasciamo ad un Altro). Perché chissà, magari la direzione artistica vorrà dare ampio spazio al racconto del mondo della musica che su quel palco e su ogni altro palco non sta salendo da un anno. E chissà, magari il Consiglio di Amministrazione della RAI farà una grande sorpresa a tutti gli addetti del settore deliberando che un parte importante del ricavato dalla raccolta pubblicitaria andrà a costituire un piccolo fondo per gli artisti che su quel palco, volenti o nolenti, non possono ancora salire. Dolci illusioni? Chissà… Nel frattempo, vagliamo ogni cosa. Poi terremo ciò che è buono.

 

 

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