Lontano dai confini, lontano dal cuore: le guerre dimenticate

ULTIMO AGGIORNAMENTO 0:06

L’offensiva russa in Ucraina è oramai iniziata da oltre due settimane e gran parte dell’informazione è concentrata a narrarne i fatti e le nefaste conseguenze ed anche in gran parte dell’opinione pubblica è il tema centrale. Effetti questi più che giustificati, dal momento che i venti di guerra soffiano nel cuore dell’Europa, ma non c’è solo la guerra in Ucraina.

Secondo l’organizzazione no profit Armed Conflict Location & Event Data Project (ACLED), che offre una costante mappatura dei conflitti, delle guerre civili, dei disordini politici, sono ben 10 gli scenari di violenza, disordine ed instabilità, che potrebbero evolversi in peggio nei prossimi mesi ed interessano Etiopia, Yemen, Sahel, Nigeria, Afghanistan, Libano, Sudan, Haiti, Colombia e Myanmar. “Di questi 10 conflitti metà è apparsa nella nostra lista l’anno scorso e anche Etiopia, Yemen e Sahel sono apparsi nella nostra lista del 2020 – si legge – tuttavia i conflitti hanno assunto nuove dimensioni nell’ultimo anno e continuano a degenerare”.

Anzitutto l’Etiopia: “Il conflitto tra il governo federale etiope e l’amministrazione politica della regione del Tigray settentrionale, il Tigray People’s Liberation Front (TPLF), è proseguito per tutto il 2021, provocando i più alti livelli di violenza politica in Etiopia dalla fine della guerra etiope-eritrea a giugno 2000”. Mentre in Yemen, in cui le ostilità sono iniziate nel 2014, ACLED registra “meno violenze politiche nel 2021 (meno di 7.400 eventi) rispetto a qualsiasi anno dall’inizio della copertura di ACLED nel 2015. Questa forte diminuzione nel 2021 – un calo del 27% rispetto al 2020 – può essere spiegato dal relativo congelamento di un certo numero di fronti tra le forze Houthi e quelle anti-Houthi. Gli eventi di battaglia, ad esempio, sono diminuiti del 66% nel governatorato di Ad Dali, del 53% nel governatorato di Sadah e del 49% nel governatorato di Al Jawf tra il 2020 e il 2021”. Il Sahel (fascia territoriale dell’Africa subsahariana), invece, dopo la decennale crisi si ritrova in questo 2022 “in mezzo a un’escalation di disordini, con livelli di violenza politica organizzata in aumento” che interessano soprattutto Burkina Faso, Mali e Niger, ma ACLED segnala “anche gli effetti di ricaduta della crisi sui vicini stati litoranei dell’Africa occidentale come la Costa d’Avorio e il Benin dove hanno assunto proporzioni ancora maggiori”.

In Nigeria, poi, l’organizzazione no profit riporta “un aumento del 22% del numero di eventi organizzati di violenza politica in Nigeria. La violenza ha provocato oltre 9.900 vittime segnalate, con un aumento di quasi il 30% rispetto al 2020”. Mentre, in Afghanistan, dopo un ventennio dall’inizio del conflitto, nell’agosto 2021 con i talebani che tornano al governo si registra una diminuzione dei livelli di violenza politica, ma al contempo la violenza contro i civili è continuata, in particolare i “gruppi di minoranze etniche e religiose, donne e membri dell’ex governo e dell’apparato di sicurezza hanno subito attacchi particolarmente elevati”. Invece in Libano ci si trova di fronte ad una forte crisi finanziaria ed economica che ha gettato, secondo i dati ONU, trequarti della popolazione nella povertà, provocando un aumento delle manifestazioni di cui la maggior parte pacifiche, ma “nel corso dell’anno si sono registrate anche centinaia di violenti disordini e scontri con le forze di sicurezza”.

In Sudan, poi, la situazione continua ad essere particolarmente calda e complessa, poiché lo scorso anno “le fazioni militari hanno gareggiato per assicurarsi il potere politico e le risorse economiche nella capitale, Khartoum”, portando ad un “colpo di stato militare il 25 ottobre 2021 che ha visto l’arresto del primo ministro civile assediato Abdalla Hamdok” e a “gravi conflitti ai margini del territorio sudanese, con violenze provinciali che spesso riflettono le dinamiche di confronto e intimidazione presenti nella capitale”. Ad Haiti, invece, ACLED segnala un livello di sicurezza peggiorato “a causa dell’aumento dell’attività delle bande nel mezzo dell’aggravarsi della crisi politica. L’insicurezza e l’instabilità politica – si seguita a leggere – esacerbate dall’uccisione dell’ex presidente Jovenel Moise il 7 luglio, hanno continuato ad alimentare disordini durante tutto l’anno”. In Colombia, poi, nonostante la firma dell’accordo di pace del 2016 tra il governo e le Forze armate rivoluzionarie, “la mancata piena attuazione da parte del governo dei meccanismi dell’accordo continua a esporre i civili a un rischio maggiore di subire violenze (Consiglio norvegese per i rifugiati, 23 novembre 2021); per questo “nel corso del 2021, ACLED registra un aumento del 70% della violenza politica organizzata in Colombia rispetto all’anno precedente, con oltre 1.090 eventi registrati, di cui oltre la metà sono stati attacchi a civili”.

Infine, ACLED annovera, tra i 10 paesi con scenari di violenza, disordine ed instabilità, il Myanmar dove continua la resistenza contro il colpo di stato militare del 2021, registrando “oltre 6.000 eventi dimostrativi contro il colpo di stato durante tutto l’anno” di cui la maggior parte pacifici, eppure al 2021 in questo paese si trova “oltre il 60% dei manifestanti uccisi dalle forze statali in tutto il mondo”. A questi, però, si devono aggiungere tanti altri stati segnati dalla violenza come ad esempio la Siria, la Somalia o il conflitto israelo-palestinese, mostrando così un preoccupante scenario internazionale che, a quasi 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, è ancora largamente segnato dalle ostilità che causano morti civili e militari, distruzione di infrastrutture, di intere città, paesi o villaggi, accrescimento della povertà, aumento dei flussi migratori.

Pertanto è giunto il momento ora, ed il conflitto tra Russia ed e Ucraina ne è l’ultimo testimone, di accogliere con serietà e reale impegno l’invito di Papa Francesco: “Per rendere possibile lo sviluppo di una comunità mondiale, capace di realizzare la fraternità a partire da popoli e nazioni che vivano l’amicizia sociale, è necessaria la migliore politica, posta al servizio del vero bene comune”, anziché una politica che ancora oggi “assume forme che ostacolano il cammino verso un mondo diverso” (Fratelli tutti, n. 154), altrimenti si continuerà ad essere costretti nel vedere e vivere divisione, morte e distruzione.

Se vuoi commentare l'articolo manda una mail a questo indirizzo: scriviainterris@gmail.com
Avviso: le pubblicità che appaiono in pagina sono gestite automaticamente da Google. Pur avendo messo tutti i filtri necessari, potrebbe capitare di trovare qualche banner che desta perplessità. Nel caso, anche se non dipende dalla nostra volontà, ce ne scusiamo con i lettori.