Una lezione antica di secoli: l’eccesso di rigorismo è un freno ad ogni rinnovamento

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Nel passaggio dal Medio Evo al Rinascimento possiamo tranne una lezione sempre attuale. Al termine della “età di mezzo” cominciava a imporsi una cultura diversa, più razionale, più scientifica, marcata dall’individualismo, dall’affermazione dell’indipendenza e dell’autonomia della persona. Solo la Chiesa era rimasta indietro, non aveva capito la voglia di rinnovamento ch’era al fondo del nuovo umanesimo. E perciò si era messa sulla difensiva, reagendo con le condanne, con le scomuniche e – diventata ormai uno Stato al pari dei regni e degli imperi – perfino con le armi. Ritenendosi, oltretutto, “legittimata” da Dio.

“Deus vult”, aveva urlato verso il cielo papa Urbano II nella pianura di Clermont, di fronte a una folla immensa in preda a una isteria collettiva, quando aveva indetto la prima crociata. Non erano più solo gruppi di cristiani, i quali in passato, da perseguitati, da martiri, si erano repentinamente trasformati in persecutori di ebrei e di eretici. Adesso, era la Chiesa intera che attaccava i “nemici”, scendeva sui campi di battaglia E intanto, all’interno, si era andata imponendo una tendenza rigorista, ossessivamente rigorista, che aveva colpito in particolare le donne. E, a farne più di tutte le spese, erano state le donne che vivevano la verginità, come consacrazione a Dio, continuando a restare nel mondo, in famiglia, e attendendo alle occupazioni ordinarie di ogni giorno. “Consuetudine perniciosa”, l’aveva bollata il Concilio Lateranense II; e la splendida testimonianza spirituale delle vergini era stata rinchiusa, e nascosta, tra le quattro mura dei monasteri. In più, proprio in quel tempo, la cristianità stava vivendo per la seconda volta il dramma della divisione: dopo gli ortodossi, i protestanti.

Il 31 ottobre del 1517, Martin Lutero aveva inchiodato le sue 95 tesi sul portale della chiesa di Wittenberg. Aveva denunciato il mercimonio delle indulgenze, e le tante forme di penitenza “tariffata”, chiedendo la convocazione di un Concilio generale che facesse pulizia. La Chiesa di Roma, per tutta risposta, convocò un proprio Concilio, riuscendo a condurlo in porto tra mille difficoltà. A cominciare dalle contrapposizioni tra regnanti cristiani, e che obbligarono a diversi cambiamenti di sede: Mantova, Vicenza, e finalmente Trento. L’apertura, il 13 dicembre del 1545, ed erano presenti appena 31 vescovi, in maggioranza italiani. Poi, il trasferimento a Bologna, il ritorno a Trento, con tre sospensioni. E la chiusura, il 4 dicembre del 1563. I tre scopi dichiarati erano: l’eliminazione del “dissidio” religioso, la riforma della Chiesa, la preparazione di una spedizione contro gli infedeli. E, sicuramente, Trento fu l’occasione per avviare un vasto programma di rinnovamento, nell’ambito dottrinale e in quello giuridico-disciplinare.

Rinnovamento che penetrò poi nella vita della Chiesa (si pensi alla grande opera di san Carlo Borromeo a Milano), e fece da fondamento basilare per la riforma cattolica, la Controriforma. Non solo, ma il Concilio Tridentino varò alcune iniziative rivoluzionarie, come quella della creazione dei seminari per la formazione dei sacerdoti. Una struttura stabile, organizzata, capillare, molto protettiva, finalizzata a forgiare dei preti che, proprio perché celibi, si sarebbero dedicati totalmente alla loro missione in una società ancora fondamentalmente cristiana. E tuttavia, da Trento, sembrò uscire anche una Chiesa rivolta a dare più visibilità alle proprie istituzioni che non a Dio, non alla dimensione propriamente religiosa. Una Chiesa che – attraverso le decisioni di alcune decine di uomini, alla fine saranno duecento i vescovi – decretò una serie di indirizzi di estrema intransigenza, soprattutto a livello morale. Gettando così le basi per esercitare un vero e proprio “potere” spirituale sulle coscienze di intere generazioni di credenti. Anziché impegnarsi a formare queste coscienze sul piano della fede, ma anche sul piano della libertà e della responsabilità.

Diciamo con tutta franchezza, che il nostro giudizio potrebbe anche essere non del tutto obiettivo, e troppo critico: trattandosi di una lettura degli eventi fatta oggi, a distanza di così tanto tempo; e senza tenere nel debito conto sia la gravissima situazione di emergenza in cui si era venuta a trovare Roma dopo la rivolta di Lutero, sia per le tante novità, spesso davvero coraggiose, che erano comunque contenute nei decreti conciliari.  Ma – ed è l’altra faccia della medaglia – sono state proprio alcune di queste novità, cambiata direzione i venti della storia, ad avere per secoli un peso negativo sulla vita cristiana di milioni di donne e di uomini.

La Riforma luterana, contestando duramente la mediazione sacerdotale tra il popolo dei credenti e Dio, aveva portato a una forte riduzione del ruolo e della funzione del prete. In reazione, al Concilio di Trento, la Chiesa cattolica accentuò talmente la posizione del clero, fino a istituirlo come unico “soggetto”. Lo status di chierico, stabilito per il sacerdote, e la potestà di “ordine e di giurisdizione” che gli venne assegnata esclusivamente, fecero di lui un super-cristiano. Destinato a diventare un punto di riferimento fondamentale, quasi un capopopolo, specialmente nelle campagne, nei piccoli centri, nelle periferie delle grandi città.

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