L’inclusione non sia solo un esercizio stilistico

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L’inclusione non deve essere solo un esercizio stilistico del quale tutti oggi fanno un po’ a gara a riempirsi la bocca senza saperne il reale valore e significato. Penso che l’inclusione sia il mettere tutti nelle condizioni di avere le stesse opportunità. Chiaramente, ognuno ha le proprie potenzialità, abilità e disabilità. Quest’ultime però, non devono essere il punto di partenza che invece deve essere rappresentato dall’ambiente. Con questa parola mi riferisco ai luoghi, ai progetti e alle idee. L’ambiente deve essere accessibile e permettere a tutti di accedervi. Questo, da come si vede dalla nostra battaglia sui centri estivi e sulla scuola, non accade. Ciò è ancora un grande problema, siamo ancora distanti anni luce dalla vera inclusione.

Bisogna smettere di pensare che la disabilità e la fragilità in generale, siano qualcosa che riguarda una nicchia di persone e quindi sia un problema marginale. Questo deve accadere per due ordini di motivi, il primo è costituito dal fatto che, da un momento all’altro, si può diventare fragili, si pensi ad una malattia invalidante oppure ad un’incidente che possono costringere su una sedia a rotelle. Se, ad esempio, si creano città accessibili a tutti, significa praticare concretamente l’inclusione, perché non si parla solamente di persone che hanno già una disabilità, ma di tutti. Se si costruisce una rampa al posto di una scala, non lo si fa solo per chi è in sedia a rotelle, ma anche per la mamma che porta il figlio in passeggino e per l’anziano che non riesce a deambulare. Il concetto è quello di partire da luoghi accessibili per tutti e dalle persone più fragili. Attuare dei progetti per chi sta più indietro significa progettare per tutti. Il secondo elemento è costituito dal rendersi conto del fatto che, se si fa questo, si risolvono gran parte dei problemi legati all’inclusione e si evitano gli episodi di mancanza di fiducia istituzionale e le divisioni nella società civile. Quest’ultima va sensibilizzata moltissimo affinché capisca che, anche quando un problema non ci lambisce da vicino, non è detto che non ci riguardi.

L’auspicio per il futuro in merito è che, le battaglie che io e molte altre persone come me portiamo avanti, un giorno non siano più necessarie. Il fatto di essere messo di fronte a una condizione di disabilità, personale o familiare, sicuramente è un’esperienza arricchente, ma anche estremamente complicata per tutto ciò che ne consegue al livello familiare. Tale elemento non può essere lasciato solamente a carico di queste persone insieme all’altro carico costituito dalle diverse battaglie per garantire i diritti costituzionalmente garantiti oppure da norme spesso scritte bene ma, poco o per nulla, applicate. Spero che queste battaglie servano a creare una sensibilità che è ancora insufficiente. Se noi non cerchiamo di cambiare il paradigma sulla disabilità, per far sì che si accrescano la sensibilizzazione e la cultura in materia, ciò non può cambiare. Speriamo che questo porti a dei risultati a lungo termine e quindi strutturali.

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