Immigrazione: non basta solo accogliere

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Una breve riflessione sul fenomeno dell’immigrazione. L’ Italia è sempre stata capace di prima accoglienza, grazie anche al validissimo supporto delle numerose organizzazioni di volontariato che, intravisto il bisogno, sono intervenute a colmare i vuoti lasciati dallo Stato. Opera questa davvero meritoria. Alla prima necessaria accoglienza devono, tuttavia, seguire strutture in grado di consentire agli immigrati di emanciparsi, di crearsi una nuova vita: per gli adulti attraverso il lavoro, per i bambini attraverso la scuola. Diversamente è il disastro: la creazione di nuove periferie esistenziali è un fenomeno cui stiamo assistendo. Basti pensare alle tendopoli che ospitano gli immigrati impiegati come braccianti. Un fenomeno che grida vendetta al cospetto di Dio, per usare un’espressione che abbiamo imparato a catechismo.

Ovviamente, come è avvenuto in tutti i settori che presentavano già delle fragilità, il Covid non ha fatto altro che stressare il fenomeno dell’immigrazione fuori controllo.  Da vent’anni, infatti, parliamo di immigrazione senza la capacità di affrontare seriamente il problema: cosa fare dopo la prima accoglienza? Quali opportunità offrire?  Certamente, lo dobbiamo dire, mancano politiche europee di concertazione per l’immigrazione: occorre che l’Europa, una buona volta, si interroghi fortemente.

L’immigrazione può diventare un valore aggiunto per la nostra società solo se si nutre di accoglienza, di strutture in grado di emancipare, di scuola, di formazione, con la conseguente capacità, per gli integrati, di produrre ricchezza per sé e per gli altri, creando una rete di sussidiarietà sociale circolare. In caso contrario, è chiaro che continueremo a dire che l’immigrazione è un peso per i nostri Paesi. Purtroppo, va detto con obiettività, in Italia, come in Europa, la questione negli ultimi vent’anni è stata affrontata con misure dal corto respiro.

Analizziamo cosa accadrà in Europa fra vent’anni, non fra cento. Occorre, dunque, un approccio manageriale, di sistema, per capire quali sono i popoli che vanno aiutati in loco, quali sono i popoli che scappano dalla guerra. Allora, come ha ben detto il presidente Mattarella, si deve generare un rapporto di solidarietà fra i Paesi europei: se ciò non dovesse avvenire, noi continueremo a far finta di niente, a far diventare l’immigrazione un tema di schieramento politico, con la chiara ed evidente conseguenza della compromissione della vita delle generazioni future. Come è avvenuto nel campo della scuola e della sanità del post covid, siamo di fronte a dei fenomeni che oramai sono talmente evidenti nella loro nuda e cruda realtà che vanno necessariamente affrontati con politiche a 360°.

Le soluzioni sono talmente ovvie che la loro mancata realizzazione rappresenta un gesto di grave irresponsabilità. Ovviamente integrazione, emancipazione e inserimento sono da intendersi secondo regole definite e condivise dalle Istituzioni, altrimenti a prevalere saranno gli interessi di chi sul fenomeno della migrazione vuole continuare a lucrare, come sta avvenendo da anni. In fin dei conti, la nostra Europa non è nata dall’incontro tra la cultura romana e quella delle popolazioni germaniche? Certo, all’inizio, si trattò di uno scontro, più che di un incontro. Successivamente si capì che la via da seguire era offrire ciò che ognuna delle due parti aveva di meglio: la cultura, il diritto, la religione i Romani, l’abilità militare e le proprie tradizioni i Germani. Così nacque l’Europa. Concludo con una sentenza latina che invita all’azione, prudente, certo, ma comunque all’azione: agere considerate pluris est quam cogitare prudens.

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