Il fronte cristiano del V4

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L'incontro tra il ministro dell’Interno Matteo Salvini e il premier ungherese Viktor Orban arriva proprio in quello che può essere considerato il culmine di quella frattura ideologica che sembra sempre più dividere la politica e la società italiana in due poli: il convinto europeismo sempre più di marca Pd e il ritrovato sovranismo del governo giallo-verde, seppur interpretato timidamente e con qualche nota ancora dissonante. Proprio quest’ultimo rendez-vous, infatti, è stato causa di diverse incomprensioni all’interno della coalizione di governo: il Movimento 5 Stelle, tramite la nota rilasciata dai capigruppo di Camera e Senato, ha tenuto subito a chiarire che l’incontro Salvini-Orban (che si terrà a Milano nella sede della Prefettura) non è da considerarsi un rendez-vous ufficiale, bensì un semplice appuntamento dai toni prettamente politici organizzato per volere di Salvini e della Lega, molto probabilmente per effetto della polemica sullo sbarco dei migranti della nave Diciotti.

I 5 Stelle fanno sapere di non gradire la reciproca simpatia tra la Lega ed il movimento di Orban proprio in virtù dell’atteggiamento assunto dal primo ministro magiaro nelle sedi istituzionali europee. In altre parole, secondo i pentastellati, i Paesi che si sono dimostrati contrari alle ricollocazioni dei migranti proposte (in primis, l’Ungheria) sono da considerare i primi responsabili della mancata coordinazione europea sull’argomento e, di rimando, della crisi che l’Italia è costretta a gestire in una sempre più fastidiosa e beffarda solitudine. Di tutt’altro avviso la Lega, già ufficiosamente coalizzata al fianco delle altre forze sovraniste europee come il Front National di Marine Le Pen e, appunto, il partito Fidesz di Orban. Salvini cerca il sostegno diretto di tutti i movimenti sovranisti ed europei considerando alla base del problema l’approccio contraddittorio di Bruxelles sul tema. In tal modo, l’incontro con Viktor Orban contribuirà ad amplificare quella che si sta rivelando essere molto di più di una semplice suggestione: l’Italia potrebbe avvicinarsi sempre di più alle prese di posizione del gruppo di Visegrád, un campanello d’allarme che suona sempre più ridondante nelle orecchie dell’Ue, a maggior ragione se si considera che anche Paesi come Austria, Slovenia e Croazia si stanno dimostrando tendenzialmente favorevoli a condividere l’approccio intransigente a oltranza di Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia e Ungheria.

Il Gruppo di Visegrád (conosciuto anche sotto la sigla V4) rappresenta un’unione politico-culturale di questi quattro Paesi sorta sulle ceneri del Patto di Varsavia. Nel 1991 vi fu la prima riunione del gruppo nella cittadina ungherese di Visegrád, a pochi kilometri da Budapest. Il luogo scelto ha, come spesso accade, una notevole rilevanza simbolica, dal momento che proprio a Visegrád, nel 1335, i sovrani di Ungheria, Polonia e Boemia si incontrarono con lo scopo di coordinare le proprie forze e facilitare i rispettivi scambi commerciali in ottica anti-austriaca. Con il crollo del regime comunista e l’avvio della transazione verso le economie di mercato, i membri del V4 hanno ben pensato di riunirsi intorno a un tavolo per affrontare il periodo difficile che incombeva attraverso una visione comune basata sul vicendevole aiuto economico, una progressiva e comune adesione alle istituzioni europee senza però mai tralasciare un aspetto che sembra essere sfuggito anche ai più attenti strateghi di Bruxelles: memori del giogo sovietico, i V4 hanno sviluppato nel corso degli ultimi decenni uno spiccato senso di difesa dell’identità nazionale, rendendosi impermeabili a qualsiasi tipo di ingerenza decisionale nei loro confronti. La morsa stretta dell’invasore straniero ha lasciato un segno tangibile nella loro mentalità politica e, da un punto di vista geopolitico, ricoprono una posizione strategica assolutamente decisiva per i destini dell’Ue.

Di ciò le istituzioni europee sono assolutamente consapevoli. Nonostante l’Unione Europea si mostri ancora, agli occhi della comunità internazionale, come un Giano bifronte (non a caso si parla spesso di un’entità comunitaria con due anime contraddittorie, quella del “gigante economico” e del “nano politico”), la volontà di inserire nel discorso i Paesi dell’Europa centro-orientale si è sempre rilevato un cardine della politica di espansione europea, a maggior ragione considerando il ruolo guida giocato dalla Germania nell’economia comunitaria, Paese storicamente proiettato strategicamente verso il suo “OstEuropäischemRaum”. Berlino non ha esitato nel difendere i propri interessi nel proporsi implicitamente ed esplicitamente come modello-guida alternativo a quello sovietico, proiettando la propria sfera di influenza economico-culturale fino alle regioni più orientali della MittelEuropa. Le ambizioni tedesche potrebbero, però, nuocere la stabilità politica dell’Unione sul lungo periodo. La notevole crescita economica del Gruppo di Visegrád è stata spesso menzionata come fiore all’occhiello nel discorso europeista, dal momento che le attenzioni dedicate da Bruxelles ai Paesi dell’Europa centro-orientale in termini di sovvenzioni e finanziamenti sono state tradotte in un effettivo sviluppo che ha contenuto la disoccupazione e favorito la stabilità politica e democratica di una regione storicamente turbolenta. L’altro lato della medaglia, però, si è palesato nel momento in cui le istituzioni comunitarie hanno intaccato le ragioni sociali di Budapest, Praga, Bratislava e Varsavia.

L’afflusso di migranti dalla Siria, attraverso la rotta balcanica, ha palesemente mostrato la riottosità di Visegrád nel sottostare ai diktat di Berlino e Bruxelles. L’Ungheria ha immediatamente provveduto a chiudere le proprie frontiere con la Serbia, mentre la Slovacchia ha subito fatto sapere di essere pronta ad accogliere soltanto un numero circoscritto di rifugiati, congruamente alle possibilità già limitate offerte dallo stato sociale slovacco. La Polonia, invece, si è spinta addirittura oltre: Varsavia ha fatto sapere di essere intenzionata ad accogliere solo immigrati di fede cristiana, ritenendo il discorso religioso al centro delle dinamiche di integrazione. Una richiesta in palese controtendenza con l’approccio secolarizzante alla base della costituzione europea e con il periodo storico in generale che non fa altro che imbarazzare l’Ue. Le uniche presenze esterne che la Polonia sembra gradire sono quelle della comunità ucraina proveniente dalle regioni più occidentali del Paese, accorse in massa in territorio polacco dopo il controverso EuroMajdan del 2014, la guerra civile e la successiva crisi economica. Questo atteggiamento apparentemente contraddittorio di Varsavia apre a una nuova chiave di lettura, alquanto funesta per chi ancora crede nell’effettivo raggiungimento dell’ultimo stadio di integrazione comunitaria: all’interno del discorso europeo, infatti, non solo la Germania, ma anche la Polonia, conscia del ruolo strategico ricoperto nell’Ue e nella Nato, sta egoisticamente lavorando nell’ombra per ripristinare la sua antica sfera di influenza economica e culturale su Ucraina e Lituania.

Bruxelles, in altre parole, ha frettolosamente integrato il Gruppo di Visegrád senza porsi, come spesso accade nella storia delle integrazioni, delle imprescindibili domande di natura socio-culturale. Isolare il V4 dal discorso europeo, ora come ora, potrebbe fornire alla Russia di Putin un comodo ritorno nel giardino di casa, anche considerando le simpatie politiche di cui gode in Ungheria, Austria e Rep. Ceca. Considerando gli ultimi esiti elettorali, infatti, il fronte anti-migrazioni potrebbe allargarsi all’Austria di Sebastian Kurz (già entrato in sintonia con Orban), ma anche alla Slovenia e alla Croazia. I più attenti avranno senz’altro già individuato il minimo comune denominatore di tutti i Paesi menzionati: la religione cristiano-cattolica. Il V4 punta alla creazione di un grande fronte cristiano, cattolico e tradizionalista dal territorio contiguo e compatto (ergo, geopoliticamente rilevante) che potrebbe incunearsi tra il mondo ortodosso e un’Europa occidentale sempre più secolarizzata, presentandosi non solo come un’alternativa credibile in termini di weltanshauung sovranista, ma anche come perno perfetto dei piani neanche troppo nascosti di Usa e Russia: mantenere l’Europa divisa ed immobile in un pantano improduttivo. L’Italia, principale “vittima” della crisi migratoria, potrebbe arrivare a minacciare un avvicinamento alle prese di posizione del V4 con un’Europa che palesa giorno dopo giorno atteggiamenti sempre più attendisti sull’argomento: è bene ricordare, infatti, che i primi a criticare l’intransigenza dei Paesi del Gruppo di Visegrád in materia migratoria sono proprio coloro che, al momento opportuno, hanno chiuso agli sbarchi negando qualsiasi aiuto al nostro Paese.

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