Opinione

Gli effetti che l’ansia può avere sulla nostra vita

Secondo le notizie ANSA, il 49,4% degli italiani tra i 18 e i 25 anni ha affermato di avere sofferto di ansia e depressione a causa dell’emergenza sanitaria. Per la stessa ragione, il 62,1% ha cambiato la propria visione del futuro. Se si sfogliano le riviste ufficiali di psicologia e medicina, o anche le riviste settimanali con spazi dedicati alla salute, o, più in generale, se si presta attenzione ai mass-media, l’ansia è spesso descritta come un fenomeno moderno. Indubbiamente, oggi più che in passato v’è la consapevolezza, in ognuno di noi, degli effetti che può avere sulla nostra vita.

In genere, «la reazione normale e universale del corpo a una situazione di grave minaccia è quella di prepararsi all’azione: affrontare il pericolo o darsi alla fuga. Questa reazione viene chiamata “lotta o fuga” (…)», come ci ricorda Sheehan, ed è di tipo protettivo in quanto stimola il sistema nervoso simpatico scatenando varie reazioni fisiche come ad esempio l’alterazione della respirazione, l’aumento dei battiti cardiaci e della tensione muscolare. È anche possibile che vi sia una reazione di freezing, per cui la persona si sente bloccata, incapace di reagire, congelata.

Nel contempo, un lieve grado di ansia può essere utile per migliorare il nostro comportamento o la nostra attività ma, se dovesse superare la soglia di pericolosità, vi sarebbero delle conseguenze disfunzionali e devastanti. È, questo, il cosiddetto rapporto tra ansia e prestazione. Quando l’ansia giunge ad un livello critico, si ha una rottura e le prestazioni diminuiscono. I livelli d’ansia contenuti consentono prestazioni elevate e come le prestazioni crollino quando il livello d’ansia è eccessivo. L’ansia, dunque, è una componente umana con la quale tutti noi abbiamo a che fare ed è sempre più diffusa. Essa può avere origine da diversi fattori: si rivela come una risposta condizionata nei confronti di stimoli specifici generalizzati successivamente. Inoltre, l’individuo può apprendere la risposta ansiosa dal comportamento genitoriale imitando tale atteggiamento. Secondo quanto insegnatoci da Infrasca (2000), «l’ansia è il prodotto di un conflitto emotivo interno all’individuo (conflitto intrapersonale) e tra l’individuo e le regole sociali (conflitto interpersonale)», per cui un conflitto emotivo sarebbe il risultato di uno scontro tra regole morali, personali e sociali da un lato e istinti dell’individuo dall’altro.

Vi sono dei correlati biologici e neurochimici dell’ansia. In tal senso, infatti, i principali neurotrasmettitori implicati nell’ansia sono l’adrenalina, la serotonina e l’acido gamma-aminobutirrico (GABA). L’associazione tra sistema GABAergico e l’impiego di benzodiazepine (ansiolitici) vede le seconde in grado di ridurre l’ansia mediante l’aumento dell’acido gamma-aminobutirrico a livello recettoriale. Nei casi in cui è necessario per il tipo di sofferenza gli psicofarmaci sono importanti. Tuttavia, ad essi va comunque correlata una psicoterapia capace di cogliere il processo psicologico in atto nel paziente.

Per il DSM-5 le caratteristiche diagnostiche del disturbo d’ansia generalizzato sono costituite da una eccessiva carica di ansia e preoccupazione che si manifestano per la maggior parte dei giorni per almeno 6 mesi, relative a una quantità di eventi o di attività (come prestazioni lavorative o scolastiche). L’individuo ha difficoltà nel controllare tale preoccupazione. Vi sono, quindi, irrequietezza, facile affaticamento, difficoltà a concentrarsi o vuoti di memoria, irritabilità, tensione muscolare, alterazioni del sonno (difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno o sonno inquieto e insoddisfacente). Affinché per una persona si possa parlare di disturbo d’ansia generalizzato, è importante che vi siano almeno tre o più dei sintomi presenti nel DSM-5.

Per gestire l’ansia sono fondamentali, quindi, psicoterapia e, laddove necessario, la farmacoterapia. L’autoefficacia e la regolazione emotiva vengono individuate come possibili vie utili per il benessere della persona. Una specificazione del rapporto tra l’educazione e ricerca di senso pone le basi per alcuni suggerimenti educativi, funzionali per uno sguardo alla gestione dell’ansia positivo e aperto.

Sicuramente di grande rilievo, nella possibilità di offrire alcuni suggerimenti educativi, è il periodo dell’adolescenza, in quanto, come sostiene Bandura (2000), «il modo con cui gli adolescenti sviluppano ed esercitano la loro efficacia personale durante questo periodo può avere ripercussioni notevoli sul corso della loro vita futura». Nelle nuove transizioni che stanno affrontando, infatti, essi devono imparare a gestire i cambiamenti della pubertà, delle relazioni sentimentali e della sessualità, attraverso un equilibrio emotivo, ovvero attraverso la capacità di regolare gli affetti per procurarsi in maniera adeguata ciò che desiderano e per allontanare ciò che è indesiderato e disfunzionale al loro benessere personale. Tale approccio è molto importante in ambito educativo in quanto offre la possibilità di intervenire favorendo, nei giovani adolescenti, la conoscenza e la regolazione degli eventi emotivi con cui rafforzano la loro capacità di adattamento e il loro senso di efficacia personale.

Conoscere e gestire le proprie emozioni diviene, in tal modo, un passo importante nei processi di adattamento del comportamento individuale, soprattutto nel periodo evolutivo dell’adolescenza in cui i ragazzi sono molto sensibili al proprio mondo emozionale e ricercano strategie comportamentali con cui esprimere le loro emozioni in modo attivo e funzionale. Il grado in cui gli individui pensano di saper padroneggiare i propri affetti positivi e negativi assume un ruolo fondamentale nello stabilire un buon rapporto sia con sé stessi che con gli altri e, conseguentemente, nel preservare il proprio benessere (Crea, 2003).

Sicuramente V. Frankl, famoso psichiatra austriaco, non può essere definito un educatore, ancor meno un pedagogista, tuttavia il suo pensiero è di grande importanza anche a livello pedagogico-educativo. Egli propone, anche se non direttamente, una pedagogia del significato, ovvero il tentativo di porre alla base dell’attività educativa il principio della ricerca di senso. Egli si occupava, infatti, di prevenire la sindrome del vuoto esistenziale, che spesso sfocia nell’ansia e nella tristezza profonde e che, tra i giovani, in particolare, si manifestava attraverso diverse connotazioni: divertimento, evasione, apatia, individualismo, narcisismo, conformismo e, ancora, violenza, criminalità, tossicodipendenza, alcolismo, depressione (Bruzzone, 2006, 25-27). Quella frankliana è una pedagogia dell’esistenza che è interessata alla condizione del singolo nel mondo. L’educazione spesso rimane astratta, lontana dai problemi reali. L’ansia spesso viene sminuita, svalutata, bypassata.

Una problematica con la quale l’educazione ha avuto, ha e avrà sempre a che fare è quella di tipo esistenziale di chi deve vivere e cercare, in quel dato contesto e in quella data cultura, la sua prospettiva di senso. È, dunque, opportuna una ri-umanizzazione della pratica educativa, non solo della psicoterapia, in relazione all’ansia e a tutto ciò che crea disagio nel giovane.

È importante ricordare che, in ottica frankliana, «il compito dell’educazione non è quello di trasmettere delle conoscenze e delle nozioni ma piuttosto affinare la coscienza in maniera tale che l’uomo possa scorgere le esigenze racchiuse nelle singole situazioni (…). Ciò vuol dire che l’educazione è valida nella misura in cui è educazione alla responsabilità. (…) Se l’uomo, in tale clima di stimoli e di eccitazioni provenienti dai mezzi di comunicazione di massa, vuol restare sé stesso, deve allora sapere ciò che è importante e ciò che non lo è. In una parola, deve sapere che cosa ha significato e che cosa non lo ha» (Frankl, 2002).

L’essenza dell’esistenza consiste nella capacità di autotrascendersi, che è la chiave dell’autorealizzazione, ragion per cui quella di Frankl è una pedagogia dell’autotrascendenza. La logoterapia può, dunque, aiutare l’uomo ad avere cura dell’esistenza e a trovare risposta all’interrogativo di fondo con il quale si nasce e si convive in ogni istante della propria vita, ovvero l’interrogativo di senso. È nella frustrazione esistenziale che il giovane si blocca e non trova la sua direzione. L’ansia spesso è figlia di un’assenza di senso. I ragazzi vanno in ansia molto spesso quando non hanno un perché vivere e un per chi vivere. La domanda esistenziale squarcia ogni dubbio e pone la messa in gioco con il proprio Sé più profondo. L’ansia va guardata in faccia, non va elusa, le va dato un nome per poi gestirla a proprio vantaggio/beneficio. Il lato positivo dell’ansia è che essa ci ricorda come possiamo evitare pericoli e incontrare soluzione, non rischiare muri che vengono abbattuti e favorire la costruzione di ponti.

Se è vero, com’è vero, che la crisi oggi è degli adulti, i ragazzi hanno bisogno di testimoni con cui consolidare i ponti che offrono direzioni differenti e più accattivanti, attraverso strade che abbiano alla base della consapevolezza dell’importanza di dire “sì” alla vita anche nella sofferenza perchè saranno l’attitudine e l’atteggiamento scelti per fronteggiarla a fare la differenza.

Come spesso Frankl ci ricorda è riduzionistico, per la persona, chiedersi: “Qual è il senso della mia vita?” anche in riferimento ad un’ansia invalidante. L’atteggiamento esistenziale più funzionale è legato al chiedersi: “Cosa, la vita, questa particolare situazione chiede a me di fare?”. A tale domanda, la persona può rispondere non con le parole ma con l’agire, l’agire responsabile. L’ansia non può, quindi, non essere considerata in relazione alla dimensione di senso, nella consapevolezza che non è un episodio o una fase della vita ansiogena che porta alla morte interiore ma qualcosa che può e “deve” ricondurre alla vita e che è parte di essa.

Prof. Alfredo Altomonte

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