La capacità di collaborare per costruire la casa comune

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Mi accingo a scrivere, con piacere, questa mia riflessione mentre ricorre l’ottavo genetliaco del nostro primo figlio. Laudato si’, mi’ Signore. La memoria va alla mia infanzia e si stagliano nitidi i ricordi delle tante chiamate, urbane e interurbane, che giungevano per tutta la giornata. Oggi le abitudini sono nettamente cambiate, nostro malgrado. Per questo apprezzo significativamente gli auguri per una ricorrenza che arrivano in ritardo. Ed è con questo animo che credo valga la pena, oggi, di parlare di Earth Overshoot Day. Anche se è decorso il 29 luglio scorso.

Si tratta del giorno in corrispondenza del quale la domanda umana di servizi e risorse ecologiche supera la disponibilità del pianeta per l’anno in corso (compresa la capacità di assorbire gli scarti). Non proprio una occasione per mettere il servizio buono. La popolazione mondiale ha consumato risorse che potrebbero essere garantire solo da quasi il doppio di quanto effettivamente disponibile.

L’ultimo anno in cui è stato raggiunto il “pareggio di bilancio” è il 1969. La data sul calendario è frutto dello studio di un istituto di ricerca privato, il Global Footprint Network con sede negli USA e in Svizzera, che elabora i dati delle Nazioni Unite e li mette a disposizione della comunità scientifica e politica. Ma si tratta di un tema più generale che anche la gente comune sta ormai imparando a ruminare. Quello dello sviluppo sostenibile.

La giusta combinazione di politiche economiche, industriali ed ambientali utili a scongiurare una catastrofe planetaria. I cui effetti sarebbero già in atto. Alla base della pessima condizione in cui versa il nostro debito le future generazioni i due fattori considerati dallo studio: impronta ecologica dell’umanità e la biodisponibilità della nostra casa comune. Rispetto al 2020 il primo vede tra l’altro un incremento delle emissioni di anidride carbonica a +4.8% mentre il secondo scende dello 0.5% a causa della riduzione della foresta amazzonica. La narrazione è piuttosto omogenea (si direbbe main stream) e anche l’Earth Overshoot Day 2021 è stato accompagnato da accorati appelli alla responsabilità di ciascuno e dei sistemi politici ed economici a lavorare e contribuire ad un cambio di rotta.

Dando per assunti i dati forniti (solo per un attimo) all’orizzonte appaiono nubi tempestose. Ed è pertanto pienamente condivisibile sottolineare la necessità di un’inversione di tendenza. Prima di tutti, nel 2015, lo ha messo in luce Papa Francesco, senza mezzi termini. Ma lo stesso pontefice, nella sua Enciclica Laudato Sì, si è preso la briga di dividere il grano buono dalla zizzania. Le proposte che realmente possono incidere da quelle che servono solo a nascondere la polvere sotto il tappeto.

Sia le une che le altre sono oggi riproposte dalla “comunità internazionale”, le seconde molto meno pubblicizzate delle prime ma non per questo meno rilevanti. Ecco perché se è utile approfondire questi temi, è bene che l’approfondimento sia reale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo. Tanto per cominciare, è bene sapere che i dati sui quali si basano le elaborazioni non sono aggiornati all’anno corrente, ma sono “in ritardo” di quattro anni.

Un dettaglio che è passato inosservato visto che nel 2020 la data del 22 agosto (avanti rispetto alle precedenti ricorrenze) è stata colta dalla stragrande maggioranza degli altoparlanti come uno dei benefici dovuti al rallentamento causato dalla pandemia da Covid-19. Ed ancora oggi, nonostante la smentita dell’istituto di ricerca, viene riportato da importanti media. Semmai, ce ne accorgeremo nel 2023 o 2024.

Passando poi alle proposte che il think tank americano avanza per “vedere nuovi cieli”, e che si rischiano di condividere nella acclamazione generale a questa ricorrenza, alcune spiccano per discutibilità.

C’è quella in particolare che riguarda il controllo demografico della popolazione globale. L’azienda americana la ritiene addirittura centrale ed ha raccolto voci ed esperienze in giro per il mondo. Leggiamo così è necessario “fermare l’incoraggiamento delle famiglie più numerose.” Ed è dirimente mettere a disposizione delle donne che vivono in aree svantaggiate strutture cliniche di “cura riproduttiva” (in questo caso è anche superfluo specificare che si tratta di pratiche abortive). Ma è superata la vecchia logica del controllo dei paesi poveri. Anzi. Ora il problema sono i ricchi, che ingrassano a dismisura e vivono anche a lungo. L’obbiettivo diventa quindi “una vita più appagante e più equa per le persone che già abbiamo”. A Roma un tempo si diceva “piu semo e mejo stamo”. Ora non si potrebbe neanche sussurrare.

E poi c’è il problema della famiglia tradizionale. Eteronormativa… scusate. Il giudizio è impietoso: si tratta di un sistema imposto che si perpetua nella società in modo fastidioso. È per giunta un sistema così chiuso, che non si lascia permeare da tutto ciò che è condivisione. Va superata con modelli alternativi. Almeno così dice Elizabeth di quanto accade in Nord America. Ovviamente i ricercatori americani non si sono limitati ad una descrizione qualitativa. I benefici di tali politiche ci regalerebbero nel 2050 ben 49 giorni di autonomia in più. Sarebbe sufficiente, in sintesi, che ciascuna madre si accontentasse di un unico figlio e posticipasse di un paio di anni il momento della gravidanza.

Tutto ciò è evidentemente solo uno specchietto per le allodole. La Laudato Sì su questo tema non fa sconti: Incolpare l’incremento demografico e non il consumismo estremo e selettivo di alcuni, è un modo per non affrontare i problemi. E infatti nelle proposte dell’organizzazione internazionale c’è solo qualche flebile accenno alla necessità di ridurre l’impronta ecologica partendo da un nuovo modello economico di sviluppo che metta in discussione soprattutto il ruolo delle grandi multinazionali.

Queste traggono la loro forza nel mercato globale dove la domanda è sostenuta dalla produzione, non viceversa, e gli stati nazionali fanno fatica a introdurre azioni anche solo per migliorare la regolamentazione. Figurarsi la comunità internazionale. In questo contesto è quindi naturale, per quanto sconfortante, che la questione si frammenti e quasi dematerializzi.

Sul piano della responsabilità quindi tutti devono sentirsi coinvolti e forse anche colpevoli. E dove necessario qualcuno deve sparire nelle proiezioni modellistiche. Che poi sembrano essere diventate il centro della questione. Il problema non è tanto garantire la dignità dell’essere umano in equilibrio con la Casa Comune ma rendere efficace il sistema produttivo e massimizzare l’allocazione delle risorse per fare cassa. Una visione che non ha nulla di integrale e molto di integralista.

Se è necessario agire, per il bene del nostro pianeta, la stella polare è nell’appello del Santo Padre: L’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune. E nel novero della collaborazione non si ritiene possano rientrare l’imposizione di politiche e pratiche di controllo demografico e la distruzione della cellula primaria della società. Anzi, ricorda il Pontefice, Contro la cosiddetta cultura della morte, la famiglia costituisce la sede della cultura della vita.

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