Divisioni e paura: gli ingredienti del plagio collettivo

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Dīvĭdĕ et ĭmpĕrā. I Romani avevano intuito che per esercitare il comando occorreva rompere l’unità dei nemici, separarli, dividerli. Il principio opposto è che l’unione fa la forza (Dt 29,9-12): se è vero questo, allora per indebolire bisogna impedire che l’avversario si compatti. È la logica del branco: separare, isolare, accerchiare, colpire, perché chi è separato, diviso, isolato è più debole se viene a mancare il supporto del consenso generalizzato del contesto in cui opera.

Nel 1951 Solomon Asch, un illustre psicologo sociale, dimostrò con un efficace esperimento che inserendo in un quiz proposto a numerosi candidati una domanda ovvia alla quale alcuni più spigliati fornirono volutamente una risposta sbagliata per favorire l’esperimento, gran parte degli altri concorrenti si adeguò, ma la cosa più strana è che la percentuale degli errori arrivò al settantacinque per cento; analogamente, nel 1968 l’esperimento fu ripetuto con altre modalità analoghe da John Darley e Bibb Latané e fu confermata la percentuale di oltre il settanta per cento dei soggetti influenzati dal comportamento di pochi. È l’effetto spettatore. Gabriel Tarde e Gustave Le Bon lo hanno analizzato nelle forme della sindrome da gregge, facilmente riscontrabile osservando il comportamento animale. Anche in letteratura gli esempi sono innumerevoli ma preferiamo ricordare l’immensa attualità di un romanzo poco apprezzato di Alberto Moravia, pubblicato settant’anni fa, in cui si staglia l’analisi introspettiva del comportamento ossessivamente ispirato alla integrazione, di un uomo dilaniato dal rimorso per un omicidio che non ha commesso, vittima di un’esistenza insoddisfatta e tormentata alla ricerca di una inesistente normalità. È il conformista.

In un’epoca in cui la globalizzazione economica e la comunicazione digitale hanno consentito a chiunque di esprimersi e di dialogare anche ben oltre i limiti del proprio spazio fisico e del proprio orizzonte culturale, è stato addirittura più semplice instillare un virus (oggi il termine è quanto mai efficace) a rapida diffusione per orientare il comportamento di gran parte delle persone, anche al di là di ogni evidenza contraria perché … se lo fanno gli altri sarà vero.

È un meccanismo analogo a quello dell’illusione ottica: determinate figure, pur essendo oggettivamente misurabili nella loro consistenza, appaiono differenti per effetto di fenomeni le cui cause sono note agli esperti che le hanno studiate scientificamente; si pensi alla inibizione laterale per la quale un neurone eccitato riduce le attività dei neuroni vicini ma gli esempi sono innumerevoli, come le distorsioni prospettiche o le assimilazioni cromatiche, che ingannano la percezione della realtà, pure oggettivamente misurabile.

Uno dei fattori più usati per influenzare l’ambiente da conquistare è la paura: spaventare gli individui significa alterarne le reazioni abituali e costringerli a comportamenti obbligati. Gira sui social in questi giorni una frase attribuita ad un gerarca tedesco degli anni trenta che ha giustificato il consenso al genocidio con la paura; non si comprende dal contesto se la paura riguardava la violenza con cui è stato imposto il consenso all’olocausto oppure la paura riguardava la fonte dell’odio per le vittime.

Analoghe forme di imposizione con la violenza del consenso sono tutt’ora diffuse nel mondo: ancora si pratica diffusamente la pena di morte in paesi dell’est asiatico (ma le cifre non sono disponibili per la censura) ed in alcune nazioni è addirittura prevista per il solo caso di avversione al regime.

Davvero inconcepibile agli albori del terzo millennio, dopo cinque millenni dalla comparsa della civiltà, almeno quella che distingue l’uomo dalla bestia, e due dalla rivelazione della persona.

Ed allora appare estremamente viva la voce del Santo Padre che in un momento in cui la società umana si dilania tra contese e divisioni, tra contrasti ed esclusioni, tra muri da abbattere e ponti da costruire, rivolgendo un accorato monito all’umanità tuona con un tempismo millimetrico che siamo Fratelli tutti, per le grandi cose che dice, per le orrende cose che non dice e per i destinatari ai quali è acutamente rivolta. Se la mente è influenzabile da innumerevoli inganni non resta che aprire il cuore.

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