Le differenze sostanziali tra “i due Mario”: Draghi non è Monti

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In questi giorni, parlando della figura di Mario Draghi, si è detto molto: da una parte lo si indica come l’ultima speranza per il Paese, dall’altra come un esponente della tecnocrazia che tanto ha fatto patire gli stati negli ultimi anni.

Circola, inoltre, un parallelo tra lui e Mario Monti, cioè colui che, dieci anni fa fu chiamato per evitare il tracollo finanziario dell’Italia, vero o presunto che fosse.

Le circostanze della chiamata, in effetti, presentano delle importanti similitudini: sia allora, sia oggi l’Italia si trova segnata da una profonda crisi economica e con il debito fuori controllo che, dopo l’ultimo anno, ha raggiunto dei livelli record, così come il tessuto produttivo si vede in affanno anche se, oggi, questa situazione è dovuta all’azione di contenimento della pandemia da parte del Governo prima ancora che da questioni di mercato.

Ciononostante esiste un’ulteriore differenza non da poco, ammessa anche dallo stesso Monti, tra le due situazioni.

Quando il Sole 24 ore titolava “Fate presto” era necessario mettere in sicurezza i conti dello Stato, riequilibrare la bilancia commerciale verso l’estero e procedere a delle riforme dolorose quali furono quelle del mercato del lavoro e del sistema previdenziale che presero il nome dell’allora Ministro del lavoro e delle politiche sociali, Elsa Fornero.

Il compito, ovviamente, fu portato a termine, non senza errori e distorsioni soprattutto dal lato delle domanda interna, che provocò sia una contrazione della domanda sia un conseguente calo del PIL, aggravando la recessione già in atto.

Oggi la situazione è diametralmente opposta.

Se è pur vero che il deficit e il debito siano cresciuti in maniera repentina nel corso dell’anno passato per fronteggiare la crisi innescata dal diffondersi del virus Sars-Cov-2, nei prossimi mesi il futuro Governo italiano non si troverà nell’affanno di dover reperire fondi e coperture ma dovrà, principalmente, spendere e dovrà farlo bene.

In gioco c’è la tenuta e la ripresa del sistema Italia verso cui si apre un’opportunità epocale per effettuare o, almeno, avviare quelle riforme necessarie a riagguantare la crescita, che langue, ormai, da decenni, e investire sul futuro della penisola.

Non è un caso che la crisi di Governo verso il c.d. Conte bis si sia aperta proprio sulla gestione dei fondi che verranno dal programma Next Generation EU e sulla redazione del Recovery Plan, cioè del progetto da presentare in Commissione Europea su interventi e riforme.

Diciamo chiaramente che lo scorso Governo si sia trovato di fronte a una situazione difficile, inedita e assai insidiosa e che abbia fatto di tutto per fronteggiarla, sbagliando spesso e affidandosi a una modello gestionale non esattamente efficiente.

Tra bonus, sussidi e piani appena abbozzati (ma costosi) affidati a una struttura commissariale ad hoc per l’emergenza, si sono dissipate fin troppe risorse che, invece, avrebbero dovuto andare verso il sostegno dei redditi (non solo dei lavoratori dipendenti) e il rilancio dell’economia non appena l’emergenza fosse passata.

Dalle indiscrezioni filtrate dai media, nulla di diverso sembrava che si stesse preparando per il documento da presentare a Bruxelles, cosa che avrebbe potuto mettere in forse anche l’ottenimento degli oltre 200 miliardi, tra fondo perduto e prestiti agevolati, che serviranno per permettere di “riavviare la macchina”; di qui all’apertura della crisi da parte di Italia Viva il passo è stato brevissimo.

Per poter governare questa operazione, quindi, il presidente Mattarella ha dato l’incarico di formare un nuovo esecutivo a Mario Draghi, conscio che rappresenti una personalità di spicco a livello internazionale e che possa portare, con la squadra che andrà a formare, quella competenza che finora è mancata nella gestione della cosa pubblica da parte dell’ultimo Governo.

Draghi, poi, contrariamente a Monti che era un tecnico e un mero esecutore, alla fine, porta, oltre al suo bagaglio tecnico, una grande capacità politica e di mediazione che già si è vista perfettamente nei suoi anni da governatore della BCE in cui riuscì a vincere le remore dei “Paesi frugali” e imporre un nuovo modo di condurre la politica monetaria nell’Eurozona per sostenere non solo la moneta unica, ma anche la tenuta dell’intero sistema, tanto che l’attuale governatore, Christine Lagarde, non si è minimamente discostata del solco dell’operato del suo predecessore.

Tutti ricordano le sue parole a Londra nel 2012 “Within our mandate, the ECB is ready to do whatever it takes to preserve the euro. And believe me, it will be enough.”, tanto che divennero quasi proverbiali, e che segnarono la fine della crisi dell’euro sui mercati.

Chi pensa, quindi, che Draghi possa essere un mero tecnico, come lo furono Ciampi, Dini o Monti prima di lui negli ultimi 30 anni, si sbaglia così, credibilmente, come chi pensa che possa avere come obiettivo lo smantellamento del welfare o del settore pubblico, cosa che non farebbe parte nemmeno della sua storia accademica, da allievo di Caffè e di Modigliani.

Vero è che ancora poco si sappia del programma che il Premier in pectore andrà a presentare alle Camere, sempre che sciolga la riserva sull’incarico, ma alcuni punti sono già stati ventilati come principali da portare aventi insieme al Recovery Plan e che si snodano sulle tre riforme chiave che l’Italia necessita da anni e anni: pubblica amministrazione, giustizia civile e fisco.

Le vere incognite, quindi, non sono al momento cosa farà Draghi ma se accetterà l’incarico, quali partiti lo sosterranno e, ultimo ma non ultimo, se riceverà la fiducia dalle Camere.

 

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