Depressione, malattia sociale aggravata dal Covid

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La depressione è in aumento. È una malattia importante, di grande disagio, che andrebbe riconosciuta dal Servizio Nazionale nella sua gravità e che meriterebbe maggiore assistenza. Si parla che nei prossimi vent’anni diventerà la malattia più diffusa. Ogni anno nel mondo muoiono da suicidio 800.000 persone. E credo che la solitudine sia uno dei fattori determinanti della depressione. Una malattia ben più temibile del Covid. In questi giorni ha mietuto un‘altra vittima, che conoscevo. Una persona dolce e triste che aveva bisogno di affetto, ma che era sola.

Contro il Covid si stanno approntando tante misure come le mascherine, il distanziamento …. Anche in chiesa i posti sono intervallati: la domenica due giovani all’ingresso, con imbarazzo ti dicono: “Ci spiace. Lei è il numero 101. Non può entrare.” Una vecchina irriguardosa entra con prepotenza: “Sarò la 101“. I due giovani imbarazzati non possono fermarla e mettono la catena. Dovremmo essere tutti più attenti: in chiesa o in ristorante, o quando andiamo a passeggio. Anche in casa, quando riceviamo amici. Comunque questo incubo avrà una fine. Come tutti i virus avrà un inizio ed una fine.

Ma contro la solitudine? Quali sono le misure approntate da questa nostra società?! Cosa stanno facendo i Servizi sociali delle varie Amministrazioni e lo stesso Ministero della Sanità? Quali sono le catene contro la solitudine? Per ora ne vediamo altre che sono quelle dell’egoismo, dell’odio, dell’indifferenza. Che sembra aver irrimediabilmente contagiato la nostra società trasformata nella società della malevolenza e della cattiveria. Nei momenti difficili si avvertono i pregi ed i difetti di ogni società. E quello che viviamo è sicuramente uno di questi. In periodi ben più peggiori, in cui l’uomo ha fatto il peggio di sé stesso -penso ai lager – addirittura tra i condannati a morte ci si divideva i pezzettini di pane e si raccontavano le favole ai bambini per nascondere le atrocità a cui sarebbero stati sottoposti.

Oggi stiamo diventando indifferenti ad ogni dolore, stiamo soffrendo ma profondamente divisi, contrapposti, l’uno contro l’altro. Come se per salvarsi si possa farlo da soli. Anche nelle piccole cose si nota una malevolenza che sorprende. Una giovane signora che ha deciso di esibirsi ballando in TV cade rovinosamente. D’istinto verrebbe di aiutare qualcuno che cade a rialzarsi, invece quante espressioni cattive ho sentito e quanti insulti siamo costretti ad ascoltare anche in TV tra scienziati, filosofi, politici. Perché l’uomo sta diventando così feroce con sé stesso?! Si legge dal commediografo latino Plauto: “lupus est homo homini” (Asinaria, a. II, sc. IV, v. 495). Ma è proprio questo il destino dell’uomo? La solitudine e l’odio?

Sembra che questo odio non risparmi neanche la nostra Chiesa. Un Papa scrive una tra le più belle Encicliche scritte negli ultimi decenni ed i Cristiani – non gli atei – anziché ringraziarlo e pregare per Lui, così come chiede ogni domenica all’Angelus, si esercitano ad esaminare ogni singola parola per criticarla, non riuscendo a vedervi il significato profondo e soave del richiamo al Vangelo.

Il Papa ricorda Francesco ed il testo «che ha illuminato la vita dei credenti e anche di tanti non credenti». «È difficile non essere toccati da queste parole di Gesù, ed è giusto il desiderio di capirle e di accoglierle sempre più pienamente». Le Beatitudini sono «un messaggio per tutta l’umanità» ci dice il Pontefice e “sarebbe bello impararle a memoria per ripeterle e per avere nella mente e nel cuore questa legge che Gesù ci dà”.

Cosa avremmo potuto fare e non abbiamo fatto per Sauro che ammalato di solitudine ha deciso di gettarsi sotto un treno? Quanti sono i Sauro che attendono solo una carezza, una parola? Le lacrime di un suo amico e le sue parole spezzate dai singhiozzi per ricordarlo mi riempiono di tristezza ma trovo nelle parole di Francesco la spiegazione del dolore: “il dono delle lacrime è quanto di più prezioso. Si può amare in maniera fredda? Si può amare per funzione, per dovere? Certamente no. Ci sono degli afflitti da consolare ma talvolta ci sono pure dei consolati da affliggere, da risvegliare, che hanno un cuore di pietra e hanno disimparato a piangere. C’è pure da risvegliare la gente che non sa commuoversi del dolore altrui. Il lutto, ad esempio, è una strada amara, ma può essere utile per aprire gli occhi sulla vita e sul valore sacro e insostituibile di ogni persona, e in quel momento ci si rende conto di quanto sia breve il tempo”. Risvegliamoci.

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