Carabiniere con onore

ULTIMO AGGIORNAMENTO 12:28

Quando ero ragazzino abitava sotto casa mia la famiglia di un Carabiniere. Lui si chiamava Ugo e la moglie Lina. In quel periodo i miei genitori ed i miei fratelli avevano una piccola fabbrica di scarpe e la sera, dopo il lavoro in fabbrica , mia mamma ricopriva i tacchi con delle piccole strisce di pelle che erano state preventivamente tagliate da un operaio, chiamato “tagliatore”. A me piaceva aiutare mamma, sopratutto a dare il mastice su quelle strisce. Lina, la moglie del Carabiniere, l’aiutava. E mia mamma le dava un modesto compenso per quella che non era proprio uno spasso e che occupava, talvolta, quando ce n’era la necessità, anche diverse ore della giornata. Quando suonava il campanello di casa Lina si toglieva frettolosamente la pannella e tornava in casa sua. Io mi domandavo perché tanta tensione… Seppi poi che Lina, moglie di un carabiniere, non poteva lavorare.

Per la moglie di un Carabiniere – in quel periodo – era disdicevole lavorare, in un qualche modo socializzare troppo con i civili, fossero anche i vicini di casa. Ricordo le lacrime di Lina quando, da Porto Sant’Elpidio, Ugo fu assegnato a Loro Piceno. Una distanza veramente importante coperta da questo pover’uomo con una 500 e con alzatacce alle 4.30 del mattino per poi tornare alle 10 di sera. Eppure Ugo non si lasciava mai andare a critiche del suo Comando. Ugo era sempre sorridente. Una persona buona e onesta che indossava l’uniforme con grande dignità. Usciva da casa al mattino presto e vi tornava con l’uniforme sempre perfetta, con due nastrini che la ornavano ed i baffi rossi da appuntato.

A me, bimbo, quei baffi rossi sembravano i gradi da generale. Lui, in qualche momento di pausa dal servizio, mi raccontava del suo lavoro, di quanto fosse importante per lui l’uniforme. Mi raccontava dei sacrifici che quella uniforme gli imponeva. Io ero affascinato dai suoi racconti e dalla sua umiltà. Non riuscivo a vedere Ugo con la pistola in mano costretto ad usarla contro dei banditi. Eppure seppi che era avvenuto. Erano due persone splendide Ugo e Lina, e quando Ugo fu trasferito a Martinsicuro mamma ed io piangemmo perché ci eravamo affezionati a loro.

Ho tanto pensato a lui quando, dopo il corso a Fossano, mi furono consegnati gli alamari, il tesserino che sembrava un passaporto e la pistola. Ero anche io un Carabiniere. Il mio è stato un anno particolare per diversi episodi che hanno segnato la vita del Paese: la fuga di Kappl er, generale tedesco che riuscì a scappare dal carcere militare di Roma, i fatti di Bologna. Ero stato infatti trasferito – dopo il corso – da Fossano a Bologna al Reparto Mobile. Quanto ho amato quell’uniforme! E con quanto orgoglio la indossavo quando portavo a pranzo la mia fidanzata che divenne poi mia moglie che allora era studentessa di Medicina. Una volta la portai in uno dei ristoranti più cari di Bologna, Rodrigo. Quando ormai ero entrato mi resi conto che avrei subito una salassata che non mi sarei potuto permettere. Ma non potevo neanche permettermi l’umiliazione di uscire.

Fummo serviti con grande deferenza e al termine del pranzo mi fu portato il conto, che risultò come quello di un ristorante “normale”. Ho sempre pensato che lo sguardo del cameriere su quella uniforme indossata con dignità da un ragazzo sprovveduto e innamorato, ebbe la meglio sul cassiere. Ma da carabiniere ho anche subito, senza reagire, a tremendi insulti. In ordine pubblico con i miei commilitoni ho visto davanti a me giovani che si dicevano extraparlamentari che, passando in corteo, ci insultavano e ci sputavano addosso. Avevo una carabina come armamento individuale e l’avrei spaccata volentieri sulle spalle di quegli scalmanati. Ma l’ordine era di non reagire. Ed io restavo al mio posto – con i miei colleghi – perché gli ordini si eseguono e non si discutono. Anche quando non ne comprendi il significato.

Negli anni ho indossato l’uniforme da funzionario di polizia ed i gradi di dirigente superiore, quelli da generale. Non ho mai indossato i miei gradi da dirigente generale perché mi sono stati attribuiti al termine del servizio e mi sono sembrati un contentino dell’ultima ora, ma corrispondono a quelli di un generale di divisione e un giorno ho provato a mettere sulla spallina, dopo la greca, la seconda stellina. Bisognava fare un buco sulla uniforme e ho desistito. Ma la mia prima uniforme è stata quella da Carabiniere. E ho sempre avuto rispetto per quella uniforme che mi ricordava Ugo, con il baffetto sempre curato e gli occhi azzurri, Lina che correva a nascondersi per non far vedere che lavorava.

E quando il Colonnello Stefano Fedele, Comandante del Gruppo Carabinieri di Pesaro e Urbino, insieme al Generale Guglielmo Conti – ero Questore -, mi ha invitato sul palco alla Festa dell’Arma per consegnarmi l’attestato di “Carabiniere in congedo dell’anno 2011” mi sono commosso. La citazione reca: “Carabiniere ausiliario in congedo percorreva una brillante carriera all’interno dell’Amministrazione della Polizia di Stato, giungendo a diventare Questore della Provincia di Pesaro Urbino, raccogliendo sempre unanimi consensi per le sue qualità umane e professionali. Nel raggiungere ogni traguardo ha riconosciuto orgogliosamente i valori trasmessigli dall’Arma durante la sua, seppur breve, permanenza nelle sue fila, mantenendo sempre vivi ed improntati a reciproca stima i rapporti con i Carabinieri in servizio e in congedo. Ha dimostrato lodevoli qualità civiche ed immutato amore per l’Arma, ponendosi così come esempio delle virtù tipiche di un Carabiniere. Pesaro 6 giugno 2011, Carabiniere con onore”. Come lo è stato il mio caro Ugo.

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