Arrivano i fondi, ora il punto è come spenderli

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Ci risiamo, per la terza volta in un anno il governo Conte bis torna in aula per chiedere la votazione su uno scostamento di bilancio. Di cosa stiamo parlando però? Ogni Paese membro dell’Unione europea si impegna a raggiungere, in un certo lasso di tempo, un Obiettivo di Medio Termine sui saldi del bilancio strutturale che è calcolato sulle diverse condizioni contabili, sul sistema economico e sulle condizioni di sostenibilità della finanza pubblica. Questo comporta anche che possa essere necessario e possibile operare una variazione dell’obiettivo per far fronte alle necessità contingenti, come il caso di un’epidemia.

Votare uno scostamento di bilancio, quindi, significa permettere al governo di spendere risorse in deficit, facendo correre i saldi negativi nel bilancio dello stato che, poi, dovranno essere coperti o con nuove imposte o con l’emissione di nuovo debito, questo perché la manovra monetaria di liquidazione delle partite negative non è permessa né dalla struttura della Banca Centrale né dalle note conseguenze che potrebbe generare (i casi di Weimar, dello Zimbabwe o quello attuale del Venezuela a riprova).

Ora, con la Legge di Bilancio 2020 aveva previsto un deficit di bilancio pari al 2,2% del PIL, cioè circa 40mld, a cui si aggiungono i 20mld per il Decreto Cura Italia, i 55mld per il Decreto Rilancio e questi nuovi 25mld di cui sarà chiesto, a breve, autorizzazione alle Camere. Così facendo, il nuovo livello di indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche viene fissato all’11,9 per cento del PIL nel 2020 con un tendenziale del rapporto debito/PIL al 157,6 per cento per quest’anno.

Allora, la prima cosa da chiarire, a questo punto, è che il debito, in sé, non sia “brutto e cattivo” ma è l’uso che si faccia di quelle risorse così acquisite che fa la differenza.

Il Paese già non versava in condizioni ottimali, a inizio anno non si era ancora ripreso dalla crisi iniziata dieci anni fa circa e la produzione di ricchezza e i redditi potevano essere tranquillamente definiti stagnanti. Dal governo Monti in avanti, in realtà poco si è fatto per il vero rilancio, preferendo operazioni di stabilizzazione finanziaria o roboanti provvedimenti che, però, poco avevano portato. L’azione dei due governi Conte, poi, non è stata sicuramente entusiasmante, lavorando più su provvedimenti di bandiera e di ottimo appeal elettoralistico sulla base dei partiti, tempo per tempo, di maggioranza che sulle reali necessità del Paese per riagguantare un processo virtuoso di crescita.

La prova lampante dell’incapacità di crescita in termini reali sta nell’indebitamento dell’Italia che è passato da “quota 100” di inizio secolo al livello attuale con la pressione fiscale salita dal 40,6% del 2000 al 42,5% di quest’anno con un tendenziale al 43,3% per il 2021. Parliamo della crescita a questo punto?

La pandemia di COVID19 e il lockdown voluto dal Governo per contrastarla ha rappresentato il “cigno nero” per la claudicante economia italiana, il 2020 si chiuderà, credibilmente, con un crollo del PIL compreso in una forbice tra il 9,5% nella previsione più ottimistica, quella della Commissione Europea, e il 12,8% in quella più pessimistica, quella del FMI e i maggiori effetti della crisi di vedranno nel quarto trimestre dell’anno, quando molte aziende potrebbero non riaprire dopo l’estate o la disoccupazione aumenterà non appena terminasse il divieto di licenziamento sancito dai decreti emergenziali degli ultimi mesi.

È evidente che questo porterà delle difficoltà molto accentuate nel percorso di ripresa che dovrebbero essere coperte dalle risorse che perverranno dal Recovery Fund europeo, tra finanziamenti a fondo perso e altri a tasso agevolato.

La cosa buona è che dei 200 e passa miliardi che dovrebbero giungere all’Italia nella seconda metà del prossimo anno, buona parte potrebbero essere spesi per ridurre l’indebitamento netto e la servitù del debito sostituendo le future emissioni di titoli di stato a rifinanziamento del pregresso, quindi anche del maggiore deficit di quest’anno, con i prestiti agevolati provenienti dall’Unione Europea ma il vero nodo gordiano che si presenta adesso è come far ripartire il Paese.

Non basta di certo garantire linee di prestiti agevolati da parte degli istituti di credito o rifinanziare la Cassa Integrazione Guadagni o il Reddito di Cittadinanza per fare questo ma occorrerebbe pensare a un vero e proprio intervento strutturale che possa rendere meno costoso fare impresa o lavorare e investire nelle infrastrutture necessarie a richiamare gli investimenti.

Non è solo una mera questione di abbassare le imposte (che, comunque, sarebbe necessario e velocemente, almeno su energia e consumi) ma di rendere più efficiente il sistema, con meno burocrazia, scadenze fiscali più scaglionate e razionali, di unificare e rendere accessibili i database delle PPAA, di permettere la disintermediazione di diversi settori dell’economia, riformare la giustizia civile e dare certezza ai contratti e ai crediti, investire nella banda larga e nell’IT non solo a parole ma nei fatti, eccetera.

In pratica fare quello che negli ultimi 20 anni non si è fatto o si è solo abbozzato, la scusa della mancanza di fondi, oggi, non può più essere utilizzata e la sfida è aperta, in palio il ritorno dell’Italia come importante player sullo scenario mondiale o il declino continuo che, ricordo, non è una “decrescita felice”, quella è solo una favola.

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