Accidia, la sostanziale indifferenza nei confronti di Dio

ULTIMO AGGIORNAMENTO 4:39

Letteralmente deriva dal greco e significa senza cura; viene assimilata alla noia generata dal rifiuto di agire, cui si ricollega un misto di oziosa malinconia derivante da una ingiustificata tristezza, figlia della pigrizia. È l’atteggiamento del disinteresse, del distacco, della superficiale ignavia che ben si crogiola nella viltà d’animo. L’accidioso è il contrario dell’iracondo, come l’avaro è il contrario del prodigo e la condanna morale dei due eccessi denota che la retta via è nel mezzo.

Il vizio sta nel rifiuto di partecipare alla vita attiva, sentimentale ed operosa, di oziare tediosamente disprezzando i valori della vita: “Non v’ha per me felicità, imene, amor, son vane fole che l’indoman fanno pietà”, fa cantare Ciajkovskij al suo Onegin che disdegna altezzosamente l’amore di Tatiana imboccando la strada contraria al senso della vita, orientata verso l’amore e la famiglia per rinnovare le nascite e la crescita, incuneandosi in una spirale negativa che lo porterà prima ad uccidere il suo amico e poi a subire la cocente delusione del suo gesto di rifiuto dell’amore: “Ed io, spietato, fui severo! È dessa, sì, ch’io disprezzai … Rimpianto, dubbio sento in me”, quando divampa in lui la fiamma.

Il vizio, ancora, si realizza nella sostanziale autoreferenzialità allorché ci si pone come centro ineludibile dell’Universo e si nega, forzatamente, la propria condizione di esseri in cammino, fingendo di essere l’unica e sola ragione dell’esistenza e di poterla governare a proprio piacimento, in questo caso rifiutando ogni opera per una sorta di distaccata superiorità, di oziosa indifferenza, di superficiale e minimale impegno, negando utilità, necessità e finanche piacere per le cose materiali e spirituali che danno senso alla propria esistenza. Può mai pensarsi di essere autosufficienti e di trascorrere la propria vita inutilmente in attesa dell’inevitabile esito finale? Non c’è spazio qui per affrontare le tematiche filosofiche dell’esistenza, dibattute sin da Socrate e fino ad Heidegger ma un motivo comune lo si può trovare ed è proprio la ricerca: chi cerca Dio lo ha già trovato chiarisce Sant’Agostino nel De Trinitate.

Ecco il peccato: la sostanziale indifferenza nei confronti di Dio, delle sue opere e dei suoi precetti, sull’infelice supposizione che l’esistenza sia priva di senso. L’accidioso consuma i suoi giorni privo di interessi ed insensibile agli stimoli ed ai richiami, ritenendo di poter rimanere indifferente laddove il primo compito dell’uomo è di impegnare se stesso e le sue risorse nel proprio lavoro, nella propria famiglia, nei beni e nelle relazioni indispensabili od anche solo utili al miglioramento di sé, dei propri cari e dei propri simili, attraverso ogni forma di partecipazione concreta e spirituale ai bisogni dell’altro cui non si può essere estranei, non solo e non tanto per l’inevitabile bisogno di reciprocità ma per quell’ineludibile afflato di umanità che risiede negli affetti e nella ricerca del bene altrui, unica vera fonte di sincera soddisfazione e remunerazione dei propri sforzi.

L’uomo deve smettere di considerarsi unico fine della vita ed unico riferimento delle proprie azioni: si vive insieme, ci si relaziona, si apprende dagli scambi, ci si migliora e si fa migliorare gli altri; la fisica contemporanea ha oramai abbandonato i rigidi postulati delle prime conoscenze ed ha aperto gli occhi all’interrelazione tra i corpi, le forze e le sostanze, osservando ogni fenomeno in relazione agli altri che lo determinano o lo conseguono, all’ambiente in cui si manifesta ed all’influenza che l’uno ha sull’altro.

Nulla agisce da sé e nulla è indifferente al contesto in cui si esprime: se la natura ospita Dio in tutte le sue manifestazioni, è Dio l’artefice della natura e vi si pone come principio e motore primo la cui comprensione scaturisce al di fuori dei rigidi schemi della ragione e si realizza nel cammino volto alla sua ricerca, cui l’accidioso non partecipa fino al giorno in cui intuisce, piuttosto che verifica, l’inutilità della sua condizione a fronte della felicità che solo una vita operosa può concedere: “Domar non posso, o Dio, l’ardente brama del mio core!”, confessa Onegin alla donna che aveva respinto ma di fronte al suo rifiuto poiché frattanto sposa di un altro, deve arrestarsi e conoscere “vergogna, orror! Ti spezza or tu, mio cor!”, poiché breve e stolta e la strada dell’accidioso.

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