27 aprile 2014: una giornata storica per la Chiesa

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Il 27 aprile 2014 è stata una giornata storica per la Chiesa. Quella mattina a San Pietro furono canonizzati insieme Giovanni Paolo II e Giovanni XXIII, ossia i due pontefici ai quali Francesco maggiormente si ispira nella sua azione riformatrice e di apostolato nelle “periferie” esistenziali e geografiche. Giovanni XXIII, con il Concilio ecumenico Vaticano II e con la Pacem in Terris si propone come una voce profetica in un periodo di guerra fredda, mentre a livello pastorale ed ecclesiologico la Chiesa non si pensa ancora a tutto tondo, ovvero quale fattore di comunione nella diversità, o anche quale popolo di Dio in cui diversi carismi e ministri concorrono all’edificazione corresponsabile del regno di Dio.

Giovanni XXIII indisse il Concilio ecumenico e, insieme, il Sinodo per Roma, a riprova di una precisa volontà riformatrice “urbi et orbi”, da perseguire con il coinvolgimento del maggior numero di persone. Chi ha vissuto i primi anni Sessanta del secolo scorso, ricorda bene i passi istituzionali compiuti da papa Roncalli per giungere progressivamente al vero e proprio raduno conciliare. E cioè Commissione ante-preparatoria (presidente il cardinale segretario di Stato Domenico Tardini), che ottenne 2150 risposte su 2812 questionari inviati riguardo ai temi da affrontare nell’assise conciliare; ben nove Commissioni preparatorie sui vari ambiti, dirette dai cardinali a capo di analoghi dicasteri di Curia, più una Commissione centrale, con l’istituzione di un nuovo Segretariato “ad christianorum unitatem fovendam”. A conferma della rilevanza del dialogo ecumenico, a cui era già connesso il dialogo tra religioni, soprattutto monoteiste, oggi così drammaticamente attuale.

Giovanni Paolo II, invece, era un vero leader. “Un leader naturale – come osservò acutamente il cardinale Camillo Ruini- e tuttavia (cosa rara) non esclusivo, bensì alla ricerca di altri leader che lavorassero al suo fianco“. Ecco com’era papa Wojtyla. Si comportava così. Governava così. Il primo Papa non italiano dal tempo dell’olandese Adriano VI, dopo quattrocentocinquantasei anni. Dunque, la fine di quel rapporto strettissimo che, dopo il Concilio di Trento, si era instaurato tra il papato e l’Italia. Come dire, la fine del monopolio italiano (andato avanti, spesso, solo per la paura di cambiare) sulla elezione pontificia. E, insieme a tutto questo, il primo Papa slavo, polacco. Un Papa che veniva da dietro la “cortina di ferro”, dall’“altra” Europa, dominata dal regime comunista. C’era ancora la Guerra fredda. C’erano ancora due superpotenze, Urss e Usa, che si contendevano il potere sul mondo.

In Conclave, quando si stava delineando una scelta maggioritaria su Wojtyla, il cardinale Stefano Wyszyński, primate polacco, era andato da lui, nella sua cella, a confortarlo, a sostenerlo. “Se ti eleggono – gli aveva detto – ti prego: non rifiutare. Devi accompagnare la Chiesa al terzo millennio”. Non solo, ma Wyszyński gli aveva anche chiesto di assumere lo stesso nome di papa Luciani: in memoria del pontefice defunto e, aveva aggiunto, per rispetto del popolo italiano che già tanto amava Giovanni Paolo I. Wyszyński, in verità, era preoccupato per l’accoglienza che avrebbe potuto avere un Papa non italiano da parte degli italiani. Lo fece capire anche a me, dopo il Conclave, quando andai a salutarlo: “Mi raccomando, lei che scrive su un giornale di Roma, lo aiuti, lo aiuti…“.

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