MARTEDÌ 30 GIUGNO 2015, 11:30, IN TERRIS

SIRACUSA, UN ABBRACCIO AI MIGRANTI AI SEMAFORI DALLE SUORE SCALABRINIANE

Le due sorelle da cinque mesi fanno apostolato di strada tra gli stranieri della città sicula

MILENA CASTIGLI
SIRACUSA, UN ABBRACCIO AI MIGRANTI AI SEMAFORI DALLE SUORE SCALABRINIANE
SIRACUSA, UN ABBRACCIO AI MIGRANTI AI SEMAFORI DALLE SUORE SCALABRINIANE
Una variegata umanità multietnica vive ai semafori di molte città italiane: sono i venditori ambulanti, uomini e donne che incrociamo per pochi secondi nell’attesa che scatti il verde e ai quali, nel migliore dei casi, diamo qualche spiccio in cambio di accendini o fazzoletti. Spesso, però, sono persone ignorate se non addirittura insultate. Ora, però, qualcosa è cambiato almeno nella bella Siracusa. Da 5 mesi, infatti, per le vie della cittadina siciliana si muovono due suore della famiglia religiosa delle scalabriniane: suor Teresinha Santin, 51 anni brasiliana e suor Angjelina Preci, albanese, infermiera. A loro si aggiungerà, a giorni, anche suor Ivanir Filippi, infermiera, anche lei carioca.

La loro speciale missione? Donare abbracci, ma solo ai migranti che incrociano nel loro pellegrinaggio urbano. Una comunità, quella di suor Teresinha, nata il 24 gennaio scorso. Il Vescovo mons. Salvatore Pappalardo aveva chiesto la loro presenza nella città sicula per collaborare con la missione della Chiesa per accogliere i migranti. Così da gennaio, insieme alle tante realtà impegnate in tal senso, – parrocchie, associazioni, volontari – le religiose offrono il loro contributo particolare. “Colmare quel che manca che è poi sostanzialmente lo stare accanto, abbracciare al momento dello sbarco, poi in piazza, ai semafori, dare il buongiorno nella loro lingua, ringraziare questi fratelli per il loro coraggio e la loro speranza”.

“Non abbiamo la macchina”, spiegano le religiose che vivono il loro apostolato in strada dalle 8 del mattino alle 11 di notte. “Camminiamo, è più bello. A volte curiamo i loro piedi, li fasciamo, di strada ne hanno fatta più di noi”. “Incontriamo siriani, sudanesi, nigeriani, eritrei, ivoriani – proseguono -. Spesso ci chiedono la corona e le candele per pregare con noi il rosario. Gli eritrei sono molto religiosi. Portiamo con noi il testo dell’Ave Maria nella loro lingua, anche se il linguaggio dell’amore, dello stare insieme, è più forte della lingua materna”.

Perché gli stranieri sì e gli italiani no? “Sono loro (gli immigrati) la parola vivente di Dio. Una sera d’inverno – ricorda suor Teresinha – abbiamo chiesto ad uno di loro di cantare per noi. ‘Non ho casa, non ho moglie né lavoro’, ci ha detto, ‘come fa il mio cuore a cantare?’ Siamo rientrate a casa piangendo e abbiamo riletto il salmo 137, il canto dell’esiliato ‘Come cantare i canti del Signore in terra straniera?’. Quella notte non abbiamo dormito, abbiamo compreso”. Un abbraccio, quello delle suore scalabriniane, che parla di accoglienza e speranza anche all’ombra dei semafori metropolitani.
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