Processo Bambino Gesù: per Profiti l’unico vantaggio fu per il Governatorato

ULTIMO AGGIORNAMENTO 20:30

E’ ripreso il processo per peculato a carico dell’ex presidente della Fondazione Bambino Gesù Profiti e dell’ex tesoriere Spina per la distrazione di circa 422.000 euro destinati a cofinanziare la ristrutturazione dell’appartamento del Segretario di Stato emerito cardinale Bertone. La terza udienza è iniziata alle 9.20 ed è stata dedicata interamente all’audizione del professor Profiti, dopo le schermaglie iniziali sull’assenza di Mariella Enoc, attuale presidente della Fondazione, e del direttore dell’Aif Di Ruzza.

La difesa di Profiti

Profiti ha contestato tutte le accuse mossegli dal Promotore di giustizia, rappresentato in aula da Roberto Zanotti, nel capo d’imputazione, a cominciare dall’aver violato un divieto espresso all’interno dello Statuto, e di aver al contrario agito nell’ambito di quanto previsto all’articolo 3 di quello allora vigente (ovvero quello varato nel 2010 e approvato nel 2011 dalla Segreteria di Stato) che prevedeva la possibilità di svolgere qualsiasi attività a due condizioni: “che fossero connesse e non fossero prevalenti rispetto a quelle istituzionali”. Una modifica decisa proprio “per ampliare l’operatività della Fondazione al pari delle Onlus”. Riguardo al carattere ingente ed enorme della cifra spesa e all’accusa di cattiva gestione, Profiti ha replicato dicendo che l’investimento doveva rispondere a due requisiti: sostenibilità e remuneratività. Per quanto riguarda il primo aspetto, ha affermato che la somma era meno del 5% della raccolta fondi del periodo 2013-2014. Quanto ai vantaggi dell’investimento, ha evidenziato che si basava sull’incremento, nel triennio precedente, della raccolta, con eventi simili, da 2 a 5 milioni di euro. Profiti, facendo riferimento a un documento della Deloitte contenuto nel memoriale depositato dalla Enoc, ha parlato invece di calo della raccolta fondi negli anni successivi. La stessa Deloitte attestava inoltre che in precedenza oltre il 99% dei fondi donati alla Fondazione era stato girato all’ospedale. Infine Profiti ha negato di aver avvantaggiato l’imprenditore Bandera (ieri assente perché malato): “Non è stato scelto dalla Fondazione – ha detto – né sono state scelte le opere da realizzare o la loro autorizzazione. Non vedo come si sia potuto avvantaggiare a fronte del pagamento di 422.000 euro per l’esecuzione di lavori da 533.000 euro”. Poi Profiti ha lanciato un’autentica bordata nei confronti del Governatorato, definito “l’unico soggetto che ha tratto vantaggio con un indebito arricchimento di oltre 560.000 euro – (che dovrebbe essere il valore delle opere effettuate nell’attico) – Anche se ristorasse la Fondazione dei 422.000 euro, ne deriverebbe un indebito accrescimento patrimoniale di circa 140.000 euro” ha concluso il manager.

Profiti: “E’ stata solo una mia decisione”

Rispondendo al Collegio presieduto dal prof. Papanti Pelletier, Profiti ha ribadito che la decisione sul finanziamento è stata solo sua, nell’ambito del mandato sulla gestione affidatogli dal Consiglio direttivo. Poi ha spiegato di aver dato disposizioni per altre iniziative che comportavano costi simili, come il concerto biennale di Natale, per il quale si spendevano circa 250.000 euro (90.000 solo per l’affitto dell’Aula Paolo VI). Il presidente ha chiesto se in tal modo causasse un detrimento del patrimonio mobiliare della Fondazione ma Profiti ha risposto di no: “Ritenevo che il vantaggio che ne sarebbe derivato sarebbe stato superiore all’importo erogato”. E in maniera “colloquiale” (la cosa non è stata verbalizzata) ha fatto un esempio: sarebbe stato più conveniente smobilitare azioni del Monte dei Paschi per investire i soldi nella ristrutturazione dell’appartamento del cardinale, che aveva una prospettiva più remunerativa.

I pagamenti

L’imputato ha poi affermato di non ricordare alcun contratto ma di aver approvato il capitolato e il preventivo, già autorizzato dal Governatorato. Altro capitolo importante è quello delle fatture. Profiti ha detto che le causali di quelle pagate dalla Fondazione si riferivano a lavori di ristrutturazione del terzo piano di Palazzo S. Carlo mentre quelle del Governatorato erano per opere edili e affini per la ristrutturazione dell’immobile. Profiti ritiene che si trattasse delle parti comuni, il lastrico solare e la cantina, anche se il presidente gli ha fatto notare che non c’è scritto. Anche sui tempi il manager si è difeso affermando che non c’è contestualità: l’ultimo pagamento della Fondazione è del maggio 2014 mentre il primo del Governatorato è dell’agosto successivo. Quanto alla conoscenza con Bandera, Profiti ha spiegato che gli fu presentato in Liguria nel 2005 ma di non aver avuto contatti con lui fino a quando, da presidente appena nominato, decise con il CdA di modificare i lavori approvati quattro giorni prima del suo insediamento per i lavori del complesso a S. Paolo. Al posto degli uffici si stabilì di realizzare un centro ricerche e a quel punto, con il cambio del progetto, Profiti segnalò all’impresa aggiudicatrice l’imprenditore che gli era stato a sua volta segnalato dal card. Bertone. Ne nacque un’associazione temporanea di imprese che effettivamente realizzò l’opera.

I vantaggi sul piano organizzativo

Profiti ha anche spiegato che pur non conoscendo l’appartamento, lo riteneva idoneo agli eventi che voleva organizzare perché si trattava di cene con non più di 10 persone. Il vantaggio era sul piano organizzativo: sicurezza, autorizzazioni, date da concordare. Bastava invece avere il gradimento da parte del Segretario di Stato emerito delle persone da invitare. Il Promotore ha chiesto chi decideva lo stato di avanzamento dei lavori e Profiti ha spiegato che parlava con una certa suor Carmen, incaricata da Bertone. Zanotti ha ironizzato chiedendo se fosse geometra o ingegnere e il manager ha risposto che era un’esperta del settore e che l’impresa avrebbe preferito dei professionisti, che sarebbero stati probabilmente meno pignoli.

La donazione a Bandera

Il promotore ha anche chiesto se l’imputato avesse mai chiesto una donazione a Bandera, facendo la cifra di 300.000 euro e Profiti ha replicato “non lo escludo, non lo facevo solo con lui”. Interrogato dall’avvocato Blasi, ha quindi spiegato di aver autorizzato il pagamento delle ultime fatture che avevano sforato il tetto previsto di 300.000 euro stanziati inizialmente ma ha anche precisato che nel giro di 48/60 mesi le proiezioni prevedevano, grazie agli eventi da organizzare, il rientro della somma investita e il raddoppio della raccolta. In pratica, avere una simile location e un ospite come il Segretario di Stato emerito rappresentavano un valore aggiunto inestimabile: Profiti in quest’ottica si rifaceva a una figura del passato, quella del cardinale Angelini, che era stato una sorta di “patrono”, di testimonial dell’ospedale per organizzare eventi con investitori italiani e stranieri.

La prossima udienza si terrà giovedì 21 con l’audizione dell’altro imputato, Spina.

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