VENERDÌ 07 DICEMBRE 2018, 00:01, IN TERRIS

Perché a Milano la messa è diversa

Mons. Navoni, liturgista dell'Arcidiocesi meneghina, spiega cosa distingue il rito ambrosiano da quello romano

NICO SPUNTONI
S. Ambrogio e Teodosio nel dipinto di Antoon van Dyck
S. Ambrogio e Teodosio nel dipinto di Antoon van Dyck
I

l 7 dicembre ricorre la memoria liturgica di Sant'Ambrogio, una delle figure più straordinarie della storia del Cristianesimo. L'esperienza umana del patrono di Milano si snoda lungo il corso del IV secolo: figlio del prefetto delle Gallie, divenne console dell'allora capitale dell'Impero romano d'Occidente a 30 anni e proprio in questa veste venne eletto, per acclamazione, Vescovo meneghino. Al momento della sua ordinazione episcopale, avvenuta esattamente 1644 anni fa, Ambrogio non era neppure stato ancora battezzato. Tuttavia, il suo nome venne invocato dai fedeli per uscire dalla paralisi in cui l'Arcidiocesi era precipitata dopo la morte di Aussenzio e per sedare, dunque, l'esasperante scontro tra ariani e cattolici sulla sua successione. Lo Spirito Santo accompagnò il cammino di conversione di colui che, assunto l'incarico da neofita per senso di responsabilità civica, divenne uno dei più grandi teologi e biblisti di tutti i tempi. L'episcopato di Ambrogio segnò l'apice dello splendore della Chiesa meneghina, lasciandole un'eredità sconfinata che le attribuisce un posto speciale nel contesto latino. Lo dimostra, più di ogni altra cosa, il fatto che il peculiare patrimonio liturgico dell'arcidiocesi di Milano - tuttora in vigore - prese il nome proprio del "suo" Vescovo. In Terris ha voluto approfondire l'originalità del rito ambrosiano, intervistando monsignor Marco Navoni, uno dei massimi esperti viventi di questa tradizione liturgica ed autore di numerosi studi sull'argomento.  

Come spiegherebbe ai nostri lettori la differenza tra il rito ambrosiano e quello romano?
"Dal punto di vista della celebrazione della messa ci sono ormai pochi elementi di distinzione. Tra i più evidenti c'è lo scambio della pace che avviene prima dell'offertorio nel rito ambrosiano, antecedentemente alla comunione in quello romano. Inoltre, noi recitiamo il Credo durante l'offertorio e non dopo il Vangelo. Queste due caratteristiche sono in consonanza con le liturgie orientali perché probabilmente vengono da lì. La frazione del pane, poi, viene compiuta prima del 'Padre Nostro' e non prima della comunione, quindi manca l''Agnus dei'. Le differenze sono numerose nella celebrazione del triduo pasquale; nel rito ambrosiano rivive la liturgia di Gerusalemme del IV e del V secolo".

Molti sono ancora convinti che Sant'Ambrogio ne fu l'inventore. Vogliamo fare chiarezza su questo punto?
"Sant'Ambrogio non ha inventato tutto il rito ambrosiano. L'aggettivo non sta ad indicare che è stato lui ad istituire il rito ambrosiano nella sua completezza. Dietro a questa tradizione liturgica c'è un periodo di formazione molto lungo che parte, questo sì, dal nostro Patrono perché la prima documentazione si trova nei suoi scritti, ma vi è un periodo di gestazione che va dal IV secolo al IX secolo, fino all'età carolingia. Bisogna poi considerare le riforme successive: quella di San Carlo Borromeo fino ad arrivare alle recenti dovute al Concilio Vaticano II. E' vero che l'episcopato di Ambrogio rappresenta il punto originario: nei suoi scritti abbiamo alcuni elementi di carattere liturgico che si sono conservati lungo la storia. Ad esempio, il fatto che nelle messe solenni noi abbiamo sempre mantenuto tre letture, compresa quella tratta dall'Antico Testamento. Nel rito romano, invece, è stata ripristinata solo con il Vaticano II".

Fino all'VIII secolo erano diverse le tradizioni liturgiche "italiane".  Perchè solo quella ambrosiana è sopravvissuta?
"Tante volte si pensa che la storia della liturgia procede dall'uniformità alla molteplicità. In realtà è esattamente il contrario. Anticamente, infatti, ogni grande Chiesa metropolitana aveva il proprio rito: quello romano era utilizzato dalla sola Chiesa di Roma; c'erano i riti gallicani, ispanici ed altri ancora. Il primo vero momento di uniformazione coincide con la politica di Carlo Magno che usa il rito romano come collante del suo Impero, dove si mettevano insieme varie nazionalità con tradizioni differenti. In questo modo, egli riuscì a uniformare la liturgia di tutte le regioni del suo Impero e a sopprimere quelli gallicani. Il rito ambrosiano, però, forse per l'importanza della sede di Milano e per il riferimento diretto ad un padre della Chiesa così autorevole, riuscí a sopravvivere a questo tentativo di soppressione, come ci dicono i documenti".

Sul fallimento del tentativo di soppressione attuato dal sovrano del Sacro Romano Impero esistono diverse leggende. Ci può raccontare la più suggestiva?
"Sembra che la soppressione pensata da Carlo Magno dovesse prevedere anche azioni violente, come l'incendio di tutti i libri liturgici. In questo contesto, secondo la leggenda, ci fu una specie di giudizio di Dio: due messali, di rito romano e di rito ambrosiano, furono riposti e sigillati all'interno della Basilica di San Pietro. L'edificio fu chiuso per tre giorni di preghiera in attesa che Dio desse un segno di preferenza. Quando si aprì la Basilica, entrambi i messali erano aperti miracolosamente. Questa circostanza fece ritenere che il rito ambrosiano, accanto a quello romano, aveva avuto questo segno divino e doveva essere mantenuto legittimamente in vita. Sappiamo che le leggende, in genere, hanno sempre un fondamento. In questo caso, al di là dei dettagli, il fondamento è che il rito ambrosiano, durante l'epoca carolingia, entrò in contatto anche con molti elementi di origine monastica romana e riuscì a mantenere, tuttavia, alcuni elementi propri in virtù di una precisa consapevolezza: la Chiesa ambrosiana aveva un deposito liturgico prezioso da conservare".

La presenza di elementi di chiara provenienza orientale nella liturgia ambrosiana può essere interpretata come una prova della provenienza da Oriente della prima comunità cristiana di Milano?
"Sappiamo che il primo Vescovo di Milano si chiamava Sant'Anatalo, stessa radice di 'Anatolia'. D'altronde, l'evangelizzazione dell'Occidente avviene attraverso elementi orientali. Prima di Ambrogio, sulla cattedra meneghina vi fu per più di vent'anni Aussenzio, originario della Cappadocia. E' evidente che, al di là della sua professione di fede ariana - quindi eretica - con ogni probabilita questo Vescovo portò elementi orientali nella liturgia che si sono poi mantenuti. C'è anche l'ipotesi che verso il VII secolo siano arrivati altri elementi dall'Oriente poi recepiti nelle usanze cultuali. Non è fuoriluogo sostenerlo se pensiamo che in quel periodo si ebbero anche a Roma alcuni papi di origine siriaca. Le guerre romano-persiane comportarono una fuga di monaci e di clero di tradizione orientale verso l'Occidente. Quindi, c'è sempre stata un'interazione tra questi due poli da cui Milano non è certo rimasta esclusa".

Ritiene che i forti influssi orientali del rito ambrosiano possano rivestire per la Chiesa cattolica un ruolo strategico in chiave ecumenica?
"Assolutamente, si. Credo che possano avere un importante valore ecumenico. Il Cardinale Martini, ad esempio, lo ricordava quando definiva Milano un ponte tra Occidente ed Oriente dal punto di vista liturgico.  D'altra parte, la sopravvivenza di un rito autonomo nella Chiesa Cattolica come quello ambrosiano sta a dimostrare che si può benissimo essere in comunione con la sede di Pietro senza rinunciare alla propria identità e alle proprie tradizioni liturgiche. E' una realtà che trasmette un messaggio significativo: essere cattolici non vuol dire affatto aderire ad una forma di uniformità di carattere culturale".

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