LUNEDÌ 25 GIUGNO 2018, 16:48, IN TERRIS


LIBERTÀ RELIGIOSA

Parolin: "La S. Sede non si stancherà mai di denunciare le persecuzioni"

Il simposio è stato organizzato dall'ambasciata Usa presso la S. Sede, in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre e Comunità di Sant'Egidio

ANDREA ACALI
L'intervento del segretario di Stato Vaticano, il cardinale Pietro Parolin
L'intervento del segretario di Stato Vaticano, il cardinale Pietro Parolin
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ambasciata degli Stati Uniti presso la S. Sede, in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre e la Comunità di S. Egidio, ha organizzato presso l’Università della S. Croce un simposio sulla libertà religiosa alla quale hanno partecipato, tra gli altri, il prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, cardinale Sandri, e l’arcivescovo di Karachi, il cardinale designato Coutts. Le conclusioni sono state affidate al segretario di Stato vaticano cardinale Parolin.

L’ambasciatrice Callista Gingrich nel suo intervento introduttivo ha ricordato come “repressione, violenza e discriminazioni sono realtà quotidiane in molti Paesi” ed ha sottolineato l’importanza della riunione internazionale convocata a Washington dal segretario di Stato americano Mike Pompeo il 25 e 26 luglio prossimi alla quale parteciperanno rappresentanti governativi, istituzioni religiose e membri della società civile: “Essere baluardi – ha detto ancora l’ambasciatrice – contro ogni estremismo significa gettare le basi per la pace e la sicurezza”.

Non sono mancate le testimonianze di due minoranze particolarmente colpite dalle persecuzioni. La prima è stata quella di Salwa Khalaf Rasho, 20 anni, yazida, per otto mesi schiava nelle mani dell’Isis, che ha affermato come la situazione stia addirittura peggiorando e che “serve qualcosa di concreto” al di là delle parole: “ricostruire, eliminare mine e residuati bellici, fornire aiuti a chi vuole tornare a casa, interessarsi del destino dei 3000 prigionieri ancora nelle mani dell’Isis”. La seconda, quella di Ziear Khan, attivista della comunità Rohingya e operatore di una associazione per la quale ha visitato i campi allestiti in Bangladesh di cui ha denunciato ancora una volta le terribili condizioni: una “pulizia etnica” di migliaia e migliaia di persone nell’indifferenza generale.

“La S. Sede non si stancherà mai di denunciare queste situazioni” di persecuzione, ha detto il card. Parolin, “non solo per i cristiani ma per tutti i gruppi che soffrono discriminazioni”. Il segretario di Stato ha indicato sette punti “essenziali per proteggere le minoranze” a cominciare dal “superare ogni tipo di indifferenza politica” e “sensibilizzare l’opinione pubblica perché si creino le condizioni politiche, economiche e sociali che agevolino il ritorno delle minoranze”. Poi “il pieno rispetto dello stato di diritto e l’uguaglianza davanti alla legge, garantendo il diritto alla libertà religiosa”. E ancora: “il reciproco rispetto e la collaborazione tra religioni e Stato, indispensabile per il benessere dell’uomo”; la “condanna da parte di tutti i religiosi dell’uso della religione per giustificare la violenza e il terrorismo”; un “dialogo interreligioso efficace che vada oltre la visione pessisimistica per affrontare un’interpretazione rigida di testi che demonizzano l’altro”; una “istruzione” efficace che serva a “prevenire la radicalizzazione” e infine “fermare il flusso di armi e soldi che permettono gli attacchi alle minoranze: non basta rimuovere l’odio, occorre eliminare anche gli strumenti di violenza. Se vengono prodotte e vendute, prima o poi le armi vengono anche utilizzate”. Parole che pronunciate davanti alla rappresentante degli Stati Uniti hanno un peso specifico molto rilevante.

A margine del convegno, il cardinale ha ribadito che “la S. Sede vede con estrema preoccupazione quello che sta capitando nel mondo, dove le minoranze etniche e religiose non vengono rispettate, molte volte sono osteggiate e addirittura perseguitate fino a farle scomparire. Ogni iniziativa che si prende in questo ambito, ogni azione che si compie va nel senso giusto e va appoggiata”. Libertà religiosa anche come “chiave per pacificare alcune aree del mondo. Noi vorremmo che le religioni diventassero un fattore di pace, che attraverso un serio e costruttivo dialogo interreligioso offrissero soluzioni ai tanti conflitti che ci sono e non fossero invece, quando vengono manipolate e strumentalizzate, occasioni per intensificare e approfondire le divisioni”. In quest’ottica, quanto sarà importante la giornata di preghiera per il Medio Oriente indetta dal S. Padre il 7 luglio a Bari? “Come sempre – ha risposto il cardinale - il S. Padre pone dei segni molto significativi e anche questo dimostra ancora una volta la sua vicinanza a quelle terre e a quelle popolazioni. La sua convinzione è che le Chiese cristiane possono collaborare a cercare una soluzione tenendo conto del forte sentimento religioso di quelle genti. Sarà un passo nella stessa direzione di questo convegno per assicurare maggiore libertà religiosa, maggiore rispetto per tutti e collaborazione nella costruzione del proprio Paese”.

La religione è una parte molto importante della vita – ha detto il cardinale Coutts dialogando con i giornalisti – è parte della propria identità: chi sei? Sei quello che credi”. Ed ha aggiunto che in Pakistan “le difficoltà non vengono solo dal governo ma sono causate da vari fattori, da diversi attori che influenzano la società” con una interpretazione dell’Islam che porta a combattere i cristiani (e non solo). Soluzioni? “Difficile dirlo in due parole – ha risposto l’arcivescovo – Prima di tutto bisogna essere disposti ad ascoltare l’altro. Una delle difficoltà – ha concluso – è proprio il chiudersi in se stessi. Quando sono stato ordinato vescovo, ho scelto come motto una sola parola: armonia. Che non è lo stesso di unità. Significa camminare insieme verso l’unità. E’ come la musica: le note sono sette, ognuna mantiene la sua identità ma insieme possono comporre meravigliose sinfonie”.

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