GIOVEDÌ 21 SETTEMBRE 2017, 18:53, IN TERRIS


CITTÀ DEL VATICANO

Papa Francesco contro le mafie: "Tolgono speranza e dignità alle persone"

In Vaticano l'udienza ai membri della Commissione Parlamentare Antimafia: "La politica autentica opera per promuovere la dignità di ognuno

FABIO BERETTA
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Papa Francesco durante la celebrazione eucaristica a Cassano dello Ionio durante la quale ha pronunciato la scomunica ai mafiosi
Papa Francesco durante la celebrazione eucaristica a Cassano dello Ionio durante la quale ha pronunciato la scomunica ai mafiosi

La lotta alle mafie dev'essere una priorità per la politica poiché i mafiosi "rubano il bene comune, togliendo speranza e dignità alle persone". Al contrario, i politici operano per assicurare ai cittadini "un futuro di speranza" promuovendo "la dignità" di ogni uomo. E' quanto afferma Papa Francesco ricevendo in udienza, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico, in Vaticano, i membri della Commissione Parlamentare Antimafia, guidata dall'onorevole Rosy Bindi. Quella odierna è la prima udienza concessa da un Pontefice all’organismo che indaga da oltre 50 anni sulle mafie.


Il ricordo dei "martiri della mafia"

Inizia nel ricordo dei giudici Livatino, ucciso esattamente ventisette anni fa, Falcone e Borsellino il discorso del Papa; il suo pensiero va "a tutte le persone che in Italia hanno pagato con la vita la loro lotta contro le mafie". Poi confida: "Mentre preparavo questo incontro, mi passavano nella mente alcune scene evangeliche, nelle quali non faremmo fatica a riconoscere i segni di quella crisi morale che oggi attraversa persone e istituzioni". A tal proposito cita alcuni passi del Vangelo di Marco, ribadendo che sempre attuali rimangono le parole di Cristo, ovvero: "Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male (cfr. Mc 7,20-23)".


Il ruolo della politica

"Il punto di partenza - fa notare il Pontefice - rimane sempre il cuore dell’uomo, le sue relazioni, i suoi attaccamenti. Non vigileremo mai abbastanza su questo abisso, dove la persona è esposta a tentazioni di opportunismo, di inganno e di frode, rese più pericolose dal rifiuto di mettersi in discussione". Poi mette in guardia: "Quando ci si chiude nell’autosufficienza si arriva facilmente al compiacimento di sé e alla pretesa di farsi norma di tutto e di tutti". Un segno di ciò si vede in quella che Bergoglio definisce "una politica deviata, piegata a interessi di parte e ad accordi non limpidi". In questa prospettiva si arriva a "a soffocare l’appello della coscienza a banalizzare il male, a confondere la verità con la menzogna e ad approfittare del ruolo di responsabilità pubblica che si riveste". Al contrario, una politica vera, "quella che riconosciamo come una forma eminente di carità, opera invece per assicurare un futuro di speranza e promuovere la dignità di ognuno". Ecco perché la lotta alle mafie è una priorità della politica: i mafiosi "rubano il bene comune, togliendo speranza e dignità alle persone".


Contro la corruzione

Per fare questo è necessario opporsi a quello che il Papa definisce "un grave problema", ovvero la corruzione. E' proprio nella corruzione, rimarca Bergoglio, e si trova "il terreno fertile nel quale le mafie attecchiscono e si sviluppano". Essa si presenta come una condizione “normale”, la soluzione di chi è “furbo”, "la via percorribile per conseguire i propri obiettivi". La sua è una "natura contagiosa e parassitaria, perché non si nutre di ciò che di buono produce, ma di quanto sottrae e rapina. È una radice velenosa che altera la sana concorrenza e allontana gli investimenti". In altre parole è un "habitus costruito sull’idolatria del denaro e la mercificazione della dignità umana". Ecco perché deve essere combattuta "con misure non meno incisive di quelle previste nella lotta alle mafie".


La lotta alle mafie

Cosa significa lottare contro le mafie? Secondo il Papa non si tratta solo di reprimere, ma anche di "bonificare, trasformare, costruire". Ma questo necessita di un impegno su due livelli: quello politico e quello economico. A livello politico è necessaria, prosegue il Papa, "una maggiore giustizia sociale, perché le mafie hanno gioco facile nel proporsi come sistema alternativo sul territorio proprio dove mancano i diritti e le opportunità", come il lavoro, la casa, l’istruzione o l’assistenza sanitaria. A livello economico, invece, "attraverso la correzione o la cancellazione di quei meccanismi che generano dovunque disuguaglianza e povertà". Parlare di lotta alle mafie al giorno d'oggi, fa notare Bergoglio, significa parlare anche "di una finanza ormai sovrana sulle regole democratiche, grazie alla quale le realtà criminali investono e moltiplicano i già ingenti profitti ricavati dai loro traffici". Si aggiunge allora un terzo livello, anch'esso essenziale, ovvero quello della "costruzione di una nuova coscienza civile, la sola che può portare a una vera liberazione dalle mafie". Quello che veramente serve, aggiunge, "è educare ed educarsi a costante vigilanza su sé stessi e sul contesto in cui si vive, accrescendo una percezione più puntuale dei fenomeni di corruzione e lavorando per un modo nuovo di essere cittadini, che comprenda la cura e la responsabilità per gli altri e per il bene comune".


L'impegno dell'Italia

Il Pontefice elogia quindi l'impegno dell'Italia nella lotta alle mafie: "L’Italia deve essere orgogliosa di aver messo in campo contro la mafia una legislazione che coinvolge lo Stato e i cittadini, le amministrazioni e le associazioni, il mondo laico e quello cattolico e religioso in senso lato". "I beni confiscati alle mafie e riconvertiti a uso sociale rappresentano - ricorda il Pontefice - delle autentiche palestre di vita", dove i giovani studiano, "apprendono saperi e responsabilità, trovano un lavoro e una realizzazione". Ma in queste strutture anche tanti anziani, o poveri, "trovano accoglienza, servizio e dignità". "Non si può dimenticare che la lotta alle mafie passa attraverso la tutela e la valorizzazione dei testimoni di giustizia, persone che si espongono a gravi rischi scegliendo di denunciare le violenze di cui sono state testimoni - conclude -. Va trovata una via che permetta a una persona pulita, ma appartenente a famiglie o contesti di mafia, di uscirne senza subire vendette e ritorsioni". Sono tante le donne, "soprattutto madri, che cercano di farlo, nel rifiuto delle logiche criminali e nel desiderio di garantire ai propri figli un futuro diverso". Da qui l'esortazione alle autorità per "aiutarle, nel rispetto, certamente, dei percorsi di giustizia, ma anche della loro dignità di persone che scelgono il bene e la vita". Quindi una particolare benedizione per tutti i membri della Commissione: "Invoco su di voi la benedizione di Dio: egli, che non sopporta violenza e sopruso, vi renda instancabili operatori di giustizia".


Bindi: "Scomunica segna confine tra Chiesa e mafie"

“La sua scomunica ai mafiosi è una linea di separazione tra Chiesa e mafia che nessuno potrà cancellare”. Così Rosy Bindi, presidente della Commissione parlamentare antimafia, saluta il Papa al termine della prima udienza concessa da un Pontefice all’organismo che indaga da oltre 50 anni sulle mafie. La scomunica di Papa Bergoglio, secondo l'onorevole, “costringe tutti, credenti e non credenti, ad interrogarsi sulla nostra capacità di operare davvero per la giustizia”. La presidente della Commissione esordisce esprimendo “profonda gratitudine” al Santo Padre “per aver accordato questo incontro”, manifestando la sua “profonda sintonia” per i numerosi interventi di Francesco contro la mafia e la corruzione. E a proposito dell’attività di contrasto alle mafie svolta dalla Commissione, l'onorevole fa notare che “la mafia eversiva e stragista è stata sconfitta, sono stati colpiti i vertici delle organizzazioni criminali, ma la lotta è stata ed è una lotta durissima, condotta sempre rispettando i principi della democrazia e dello Stato di diritto ed illuminata dal sacrifici di centinaia di uomini e donne innocenti”. La Bindi cita don Pino Puglisi e don Diana, “martiri della fede”, e “Rosario Livatino, “martire della giustizia”, come lo definì Giovanni Paolo II.

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