Monsignor Romero, il vescovo martire e testimone del Concilio Vaticano II

ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:41

“Mi sono sempre chiesto, ma perché hanno scelto di uccidere Romero sparando da trenta metri con il rischio di sbagliare bersaglio, mentre avrebbero potuto sparargli con una mitraglietta vicino casa e colpirlo sicuramente?”. E’ la domanda posta da monsignor Vincenzo Paglia, postulatore della causa di beatificazione del vescovo salvadoregno, durante la conferenza stampa svoltasi oggi nella Sala stampa vaticana. Monsignor Paglia ha risposto affermando che “volevano ucciderlo sull’altare, ecco perché Papa Giovanni Paolo II volle sottolinearlo”, “quando disse che è stato assassinato ‘nel momento più sacro, è stato assassinato un vescovo della Chiesa di Dio mentre esercitava la sua missione santificatrice offrendo l’eucaristia’”.

“Romero è un martire del Vaticano II”, ha aggiunto, specificando che la cerimonia di beatificazione avverrà “certamente entro l’anno, non oltre, e tra non molti mesi, il prima possibile”. “Forse si apre una strada a cui si aggiungeranno molti altri”, ha commentato il direttore della Sala stampa padre Federico Lombardi anche in riferimento dell’avvio della causa di beatificazione di padre Rutilio Grande, braccio destro di Romero.

Nel corso della conferenza stampa lo storico Roberto Morozzo della Rocca, che ha curato una biografia sul presule sudamericano, ha osservato come “Romero sapeva che sarebbe stato ucciso e per questo ebbe un lungo travaglio interiore”. L’ex arcivescovo di El Salvador, ucciso nel 1980, “non pensava a una morte eroica che facesse la storia” e “non concepiva il suo martirio in senso ideologico come un simbolo di lotta avvenire”, ma come una testimonianza di fede.

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