SABATO 17 AGOSTO 2019, 18:32, IN TERRIS

CINEMA

La fede secondo Fellini

Una rassegna tra Rimini e Roma ricostruisce il rapporto con il sacro del regista che ha intrecciato sogno e religione nei suoi film. Il cinema come un confessionale

GIACOMO GALEAZZI
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Federico Fellini
Federico Fellini
C

itando Carl Gustav Jung, Federico Fellini amava ripetere: "Il sentimento religioso ci dice che l’uscita è verso l’alto". Parole che fotografano la sua continua ricerca e attenzione al trascendente. Un genio cattolico alla macchina da presa. Fino alla fine il padre spirituale suo e della moglie Giulietta Masina è stato il cardinale conterraneo Achille Silvestrini, ministro degli Esteri di Giovanni Paolo II e capofila della ostpolitik vaticana durante la Guerra fredda. E’ stato il porporato romagnolo, infatti, a raccogliere le ultime parole di Federico Fellini sul letto di morte  il 31 ottobre 1993 e poi a celebrarne i funerali a Roma.  “Chi non ricorda la suora nana di “Amarcord”? E la sfilata di moda di abiti per vescovi e cardinali in “Roma”? Nei film di Federico Fellini la religione è molto presente e viene raccontata con tratti ironici, spregiudicati, stravaganti- osserva l’Ansa-. Alla maniera di Fellini, insomma.


“Ho bisogno di credere”

Al tema “Ho bisogno di credere. Federico Fellini e il sacro” sarà dedicato un progetto nel marzo 2020 (centenario della nascita del regista) che si svolgerà tra Rimini e Roma. La presentazione e qualche anticipazione sull'iniziativa si sono avute in occasione dell'evento “La città di Fellini”, al parco Marecchia, che ha compreso anche la proiezione di “Amarcord” nella versione restaurata dalla Cineteca di Bologna”. Il titolo prende spunto da una conversazione del regista con l'amico scrittore Sergio Zavoli: “Ho bisogno di credere - disse Fellini - È un bisogno né vivo né maturo, per la verità. È un bisogno infantile di sentirmi protetto, di essere giudicato benevolmente, capito, e possibilmente perdonato”. Promotori dell'iniziativa, riferisce l’Ansa, sono l'Università Pontificia Salesiana, la Facoltà di scienze e comunicazione sociale, l’Istituto di scienze religiose “Alberto Marvelli”, il Centro Culturale Paolo VI di Rimini.


Funerale solenne

Il 3 novembre una grande folla ha reso l'estremo omaggio a Federico Fellini. In quindicimila, secondo la stima ufficiale della questura di Roma, hanno partecipato ai funerali che si sono svolti in forma solenne, alla presenza delle più alte cariche dello Stato. Cinquemila persone hanno assistito al rito, officiato dal cardinale Achille Silvestrini, nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli, mentre, in piazza della Repubblica, semplici cittadini si accalcavano attorno alle transenne. Ai funerali di Federico Fellini hanno partecipato fra gli altri, il Capo dello Stato, Oscar Luigi Scalfaro i presidenti delle due Camere, Giovanni Spadolini e Giorgio Napolitano, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Antonio Maccanico, il ministro della Cultura francese Jacques Toubon, il prefetto Alessandro Voci, Amintore Fanfani con la moglie Maria Pia, il segretario del Psdi Enrico Ferri e quello del Pds Achille Occhetto, il capogruppo Dc a Montecitorio Gerardo Bianco, il presidente della Rai, Claudio Dematte', il presidente dell'Anica Carmine Cianfarani, il medico di Fellini, Turchetti. In prima fila, una Anouk Aimee in lacrime, Alberto Lattuada, Gian Luigi Rondi. E, poi, Paolo Villaggio, Vittorio Gassman, Suso Cecchi D'amico, il sarto Valentino, Monica Vitti, Franco Zeffirelli, Enrico Ghezzi e Citto Maselli, Sergio Zavoli, Ettore Bernabei, Walter Pedulla', Gigi Magni, Fulvio Lucisano, Sandra Milo.


In cerca del trascendente

Padre Virgilio Fantuzzi, critico cinematografico della Civiltà Cattolica, ha raccontato ad Avvenire la sua amicizia con il maestro Federico Fellini con la lucidità di chi ha cercato sempre di carpire la grandezza del personaggio, la sua magia, il suo rapporto con la religione e, di riflesso, con la psicoanalisi. Con l’obiettivo di catturare la forza dell’immaginazione onirica e trasognata dell’inventore di capolavori assoluti come Amarcord, Otto e mezzo o Le notti di Cabiria. “Se ho potuto beneficiare della sua amicizia, fatta di tante confidenze, osservazioni, telefonate e confronti dopo aver letto le mie recensioni attorno alle sue pellicole– spiega al quotidiano dei vescovo il gesuita di origini mantovane – lo devo soprattutto al direttore della fotografia Peppino Rotunno, che mi permise di essere sui set dei suoi film, e a padre Angelo Arpa, amico intimo del regista, quello che è stato per tutti il prete di Fellini. Fu Arpa a darmi le prime chiavi di lettura per capire la grandezza del genio di Rimini, a cominciare dallo Sceicco Bianco”. Ad accendere il suo interesse per Fellini fu il caso de “La dolce vita” nel 1960. Un film che divise gli animi del mondo cattolico ma anche di molti gesuiti. “Quella vicenda infiammò gli animi. Ricordo le feroci critiche de L’Osservatore Romano, le condanne pubbliche di molti vescovi (tra cui quello di Rimini) che fecero molto soffrire la madre di Fellini, Ida Barbiani, cattolica fervente, che l’avrebbe visto volentieri prete e con una brillante carriera ecclesiastica- dichiara ad Avvenire padre Fantuzzi-.. Ad accendere la miccia della polemica, "una vera guerra, fatta di morti e feriti", fu soprattutto la presentazione de La dolce vita al Centro San Fedele a Milano dove, con molta imprudenza, padre Arcangelo Favaro parlò di un film che aveva il "sigillo della porpora", cioé la "benedizione" del cardinale di Genova Siri”. Da quell’istante “avvenne il boicottaggio del lavoro felliniano, perché le parole di Favaro rappresentavano un affronto alle perplessità manifestate dall’allora cardinale di Milano, Giovanni Battista Montini”. Padre Nazzareno Taddei su Letture difese il film.


Retroterra cattolico

“Ma a dargli il colpo finale di condanna pubblica fu il mio confratello Enrico Baragli, che sulla Civiltà Cattolica stroncò senza possibilità di ripensamenti La Dolce Vita”, racconta padre Fantuzzi. Anni dopo toccò proprio a padre Fantuzzi riabilitare la filmografia del maestro Fellini sulle medesime colonne. “Più che di riabilitazione si trattò di un atto di giustizia e di risarcimento verso Fellini- sottolinea da Avvenire il gesuita-.Civiltà Cattolica è in debito nei confronti di questo maestro del cinema per gli sgarbi, le cattiverie subite. Occorreva riconoscere la grandezza di un genio che, con il suo retroterra cattolico, ha in fondo raccontato, a volte in modo implicito e con originalità, il suo rapporto con la fede ma anche con i riti della Chiesa”. Si pensi solo alla sfilata ecclesiastica nella pellicola Roma o al rapporto tra peccato e grazia che vive Peppino De Filippo nell’episodio "Le tentazioni del dottor Antonio" in Boccaccio 70. In alcune sequenze de L’Intervista, dove Mastroianni e la Ekberg rileggono La dolce vita 30 anni dopo, padre Fantuzzi “un aspetto di spiritualità nella carnalità”. E non è un caso che Fellini si sia ritrovato in molte delle osservazioni di padre Fantuzzi. Ed è forse anche per questo che simbolicamente durante le lavorazioni del film La voce della luna fu deciso di raccogliere la sua prima intervista alla Civiltà Cattolica nella sede della rivista a Villa Malta a Roma. Dove Federico e Giulietta Masina andavano a trovare padre Arpa, proveniente da Genova». Un’intervista che per padre Fantuzzi significò anche l’occasione di comprendere meglio il rapporto di Fellini con Roberto Rossellini e Pier Paolo Pasolini.

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