“In Cristo l'antidoto contro la globalizzazione dell’indifferenza”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 21:28

Papa Francesco si congeda dal Perù, e lo fa rivolgendo alle tante persone (1 milione e 300 mila secondo la Sala Stampa della Santa Sede) che affollano la base aerea Las Palmas di Lima, dove celebra la Santa Messa, un messaggio di speranza: “Gesù è giunto fino ai nostri giorni “per impegnarsi nuovamente come un rinnovato antidoto contro la globalizzazione dell’indifferenza“, “suscitando la tenerezza”, “amore” e “compassione” negli occhi di ciascuno dei suoi fedeli, come un tempo fece con gli apostoli, quando aprì i loro occhi perché imparassero “a guardare la realtà in maniera divina”. Oggi, come allora, Cristo “invita a creare nuovi legami, nuove alleanze portatrici di eternità”. Ma per farlo, sottolinea, è necessario mettersi in cammino, superare l'indifferenza di cui spesso diventiamo prede per incontrare nelle nostre città “Dio che ci viene incontro”. Ed è proprio attorno al concetto di “mettersi in movimento” che ruota l'intera omelia del Pontefice. 

La “sindrome di Giona”

Francesco fa notare come le letture proclamate nel corso della celebrazione rivelano un “Dio in movimento davanti alle città di ieri e di oggi: va a Ninive, in Galilea, a Lima, a Trujillo, a Puerto Maldonado”. “Si mette in movimento per entrare nella nostra storia personale, concreta”. Un aspetto che, ricorda il Papa, è stato celebrato di recente nelle festività natalizie: “Dio vuole stare sempre con noi, nella vita quotidiana del lavoro sempre uguale, nell’educazione dei figli, piena di speranza, tra le tue aspirazioni e i tuoi impegni; nell’intimità della casa e nel rumore assordante delle nostre strade”. Tuttavia, “le nostre città, con le situazioni di dolore e di ingiustizia che ogni giorno si ripetono, possono suscitare in noi la tentazione di fuggire, di nasconderci, di defilarci”. I motivi sono tanti. Il pensiero del Papa va ai “moltissimi” “non cittadini”, gli “avanzi urbani” che vanno a vivere “ai margini delle nostre città senza condizioni necessarie per condurre una vita dignitosa, e fa male constatare che molte volte tra questi 'avanzi umani' si trovano volti di tanti bambini e adolescenti. Si trova il volto del futuro“.

Guardando queste cose, veniamo presi da quella che il Papa definisce “la sindrome di Giona”, ovvero: uno spazio di fuga e di sfiducia (cfr Gn1,3). Uno spazio per l’indifferenza, che ci trasforma in anonimi e sordi davanti agli altri, ci fa diventare esseri impersonali dal cuore asettico, e con questo atteggiamento facciamo male all’anima del popolo”. Cita poi l'encicla Spe Salvi di Benedetto XVI: “Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la com-passione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana”.

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Contro la globalizzazione dell'indifferenza

Fa notare allora come Gesù, “di fronte a un avvenimento doloroso e ingiusto come fu l’arresto di Giovanni, entra nella città e comincia da quella piccola popolazione a seminare quello che sarebbe stato l’inizio della più grande speranza: il Regno di Dio è vicino”. Nel Vangelo si vede l'effetto “a catena” che questo movimento di Dio nei confronti degli uomini produce: una “gioia” iniziata con gli apostoli che nel corso del tempo è passata per i Santi di ogni epoca, ed è giunta “fino a noi per impegnarsi nuovamente come un rinnovato antidoto contro la globalizzazione dell’indifferenza. Perché davanti a questo Amore non si può rimanere indifferenti“. E aggiunge: “Gesù ha chiamato i suoi discepoli a vivere nell’oggi ciò che ha sapore di eternità: l’amore per Dio e per il prossimo; e lo fa nell’unica maniera in cui può farlo, alla maniera divina: suscitando la tenerezza e l’amore misericordioso, suscitando la compassione e aprendo i loro occhi perché imparino a guardare la realtà in maniera divina. Li invita a creare nuovi legami, nuove alleanze portatrici di eternità“.

La speranza ferita

Oggi come ieri, Gesù, mentre percorre le strade delle città, “comincia a vedere, ad ascoltare, a fare attenzione a coloro che avevano ceduto sotto il manto dell’indifferenza, lapidati dal grave peccato della corruzione. Comincia a svelare tante situazioni che soffocavano la speranza del suo popolo suscitando una nuova speranza”. Quando chiama i suoi discepoli, aggiunge il Pontefice, “li invita sì a percorrere la città, ma cambia loro il ritmo, insegna a guardare ciò a cui fino ad ora passavano sopra, indica nuove urgenze”. Non solo: nel suo camminare per le nostre strade, “bussa ai cuori per riaccendere la speranza e gli aneliti: che il degrado sia superato dalla fraternità, l’ingiustizia vinta dalla solidarietà e la violenza spenta con le armi della pace”. E conclude: “Dio non si stanca e non si stancherà di camminare per raggiungere i suoi figli“; oggi Dio “ti chiama a percorrere con Lui la città, la tua città. Ti chiama ad essere suo discepolo missionario, e così a diventare partecipe di quel grande sussurro che vuole continuare a risuonare in ogni angolo della nostra vita: Rallegrati, il Signore è con te!“.

Terminata la celebrazione, alla quale ha partecipato anche l'arcivescovo di Boston, il cardinal O'Malley (che in questi giorni chiarito le dichiarazioni di Papa Francesco sul caso del vescovo cileno Juan Barros, accusato di aver coperto casi di pedofilia), il Pontefice sale sul volo papale per fare ritorno a Roma. L'atterraggio all'aeroporto di Ciampino è previsto intorno alle 14:15.

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