DOMENICA 14 OTTOBRE 2018, 00:01, IN TERRIS

Il Padre Sinodale: "Cosa indebolisce la Chiesa in Europa"

Il metropolita greco-cattolico ungherese a tutto campo su migranti, persecuzione dei cristiani e guerra in Siria

NICO SPUNTONI
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Mons. Fülöp Kocsis
Mons. Fülöp Kocsis
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 prescindere dal tema in discussione e dal modo in cui lo si affronta, non c’è dubbio che il Sinodo dei vescovi costituisca uno di quei momenti in cui la Chiesa rende manifesta la sua universalità. La presenza dei rappresentanti dell’episcopato cattolico di tutto il mondo ha il merito di trasmettere all’Assemblea una molteplicità di punti di vista che dà voce alle peculiarità di ogni singolo Paese, arricchendo ancora di più il patrimonio più prezioso di cui può disporre la Chiesa: la sua unità. Ad esempio, la partecipazione ai lavori di monsignor Fülöp Kocsis, metropolita della Chiesa greco-cattolica ungherese, consente di far conoscere al Papa e a tutti gli altri Padri Sinodali le esigenze e le speranze dei fedeli di rito bizantino del territorio magiaro. Un contributo, dunque, di doppio interesse sia in virtù della provenienza da un Paese di cui oggigiorno si parla molto ma che si conosce poco, sia alla luce della sua appartenenza e conoscenza delle realtà di rito orientale. In Terris ha raccolto le impressioni e le opinioni di monsignor Kocsis in un’intervista a tutto campo in cui ci ha parlato del Sinodo a cui sta partecipando, ma anche della politica di Orban sui migranti, della situazione dei cristiani in Siria e dell’emarginazione della fede in Europa. Ne emerge il ritratto di un vescovo coraggioso, con l’odore delle pecore anche nei teatri di guerra più pericolosi, senza timore di andare controcorrente se c’è da testimoniare la verità.

Eccellenza, che giudizio dà dell'"Instrumentum laboris”, il documento su cui si sta articolando il lavoro di voi Padri Sinodali? 
"E’ un testo molto elaborato in cui non viene lasciato nulla al caso. Sono molto interessato a capire come riusciremo a continuare questo lavoro. Riflettere sul tema del discernimento farà molto bene al nostro apostolato e consentirà di rinnovare il nostro lavoro pastorale. Credo, poi, che ci siano tanti altri elementi che possono essere ancora sollevati e completati in sede di Assemblea. Ma bisogna chiarire che non c’è nessuna grande novità, non siamo di fronte ad un testo rivoluzionario!"

In che modo la voce delle chiese orientali potrà distinguersi in questo Sinodo?
"La nostra ‘specialità’ è la liturgia e forse questo aspetto non era tanto presente nel testo. Mi ero promesso di sollevarlo io stesso, ma non c’è stato bisogno perchè in questi giorni molti Padri hanno sottolineato la forza attrattiva della liturgia verso i giovani. Sono contento che sia stato fatto presente questo aspetto che è particolarmente caro alle nostre chiese orientali.  Al Sinodo poi ho affrontato il problema della vocazione dei giovani migranti provenienti dai Paesi mediorientali, dove sono stato diverse volte. Ne parliamo poco; come fiorirà la loro vita? Vocazione significa che tutti devono trovare un posto ed un compito nel mondo. Ma i migranti, spostandosi, fanno più fatica a perseguire questo obiettivo.  In Oriente, poi, esistono più chiese e più riti. I giovani migranti spesso approdano in Paesi dove non esiste la loro chiesa e non è praticabile il loro rito. Come possono trovare se stessi staccandosi dalle proprie radici ecclesiali e culturali?"

C’è stato, durante il primo giorno del Sinodo, un momento di commozione per la condizione dei migranti. Il suo Paese è stato recentemente deferito dall’Ue sulla questione. Lei come la vede?
“Sono contento di rispondere a questa domanda. L’Ungheria - in proporzione al peso politico ed economico di cui dispone in Europa - fa più di tutti gli altri in favore dei cristiani perseguitati, aiutando quei Paesi che stanno perdendo il loro popolo. La linea del nostro presidente – appoggiata dalla larga maggioranza di ungheresi – è chiara: le popolazioni che soffrono vanno aiutate nei luoghi d’origine, non in Europa. Farlo qui equivarrebbe soltanto ad un tipo di sostegno superficiale. Infatti, accogliere questa gente attirandola in Europa è negativo per loro e per le loro terre di origine. La mia opinione - come quella di tanti ungheresi - è che dobbiamo aiutarli a casa loro. Per questo motivo il nostro Paese non favorisce l’accoglienza dei migranti, ma preferisce fare tutto il possibile affinchè essi possano essere aiutati a casa e – chi è già emigrato – vi possa anche fare ritorno. Non è soltanto il punto di vista del governo di Budapest, ma la pensano così anche i superiori di diverse chiese con cui ho parlato in Libano e Siria. E’ loro interesse che tutti questi giovani tornino per ricostruire i loro Paesi e non rimangono in Europa”.

Cosa chiedono i giovani cristiani della Siria? Si sentono abbandonati?
“Sono rimasto molto toccato dagli incontri avuti con i giovani siriani e libanesi perché li ho visti emozionarsi dopo aver scoperto che in Europa ci sono vescovi che si interessano alla loro situazione. E’ molto importante stabilire una relazione personale e non limitarsi ad offrire un aiuto impersonale. Questi giovani lamentavano la diffusione di fake news sui media occidentali per quanto riguarda la reale situazione della loro terra e gli interessi delle popolazioni che la abitano. Una tendenza che causa l’errata comprensione di quanto sta avvenendo in quei luoghi. Anche i giovani profughi siriani con cui ho parlato in Libano mi hanno chiesto di far sapere – una volta tornato in Europa – che il loro desiderio è quello di ritornare in patria, non di emigrare. Ho promesso loro che ne avrei parlato e l’ho fatto anche al Sinodo, alla presenza del Papa e degli altri Padri. Il compito cristiano non è tanto di accogliere coloro i quali sono in necessità ma quello di guarire il fenomeno alla radice, di non lasciarli partire e risolvere una volta per tutte la situazione. D’altronde, tutti i siriani sono convinti che questa non sia la ‘loro’ guerra ma che sia voluta da alcune potenze mosse da grandi interessi. Sono loro i veri responsabili di una situazione drammatica che viola la dignità umana di milioni di persone. Quando sono andato lì, i giovani siriani e i loro vescovi mi hanno chiesto di raccontare in Europa la verità su quanto sta accadendo.  Ad esempio, nell’aprile scorso è stata diffusa la notizia di un attacco chimico perpetrato da Assad. Trump ha subito detto che bisognava reagire, senza aspettare le verifiche del caso ed ha ordinato un bombardamento in cooperazione con Francia e Gran Bretagna. Dopo qualche mese, però, si è potuto appurare che quello di Assad non era stato un attacco chimico. Questo è un comportamento indegno, un’ingiustizia di cui i giovani siriani mi hanno chiesto di parlare una volta tornato in Ungheria ed io ho promesso loro di farlo dappertutto”.

Orban ha dichiarato c’è un piano contro l’Europa cristiana. Lei è d’accordo?
“Possiamo dire che in Europa è in atto una persecuzione della cristianità. Conosco tante persone – tante famiglie! -  del nostro continente che hanno ormai paura di testimoniare pubblicamente la propria fede. L’affermazione di una certa idea di liberalismo e dell’ideologia del gender vanno in direzione di un attacco diretto contro il cristianesimo ed indeboliscono la Chiesa in Europa. Sul gender si è parlato chiaramente anche al Sinodo: tutti quelli che hanno affrontato la materia fino ad oggi hanno invitato a tenere alta l’attenzione ed hanno esortato a non identificare una persona in base al suo atteggiamento sessuale”.

 L’Ungheria - reduce dagli anni di persecuzioni anticristiane nel periodo del regime comunista - può rappresentare un modello di rinascita della fede, specialmente per le nuove generazioni?
“Vorrei dirlo ma non posso. Ci sono problemi anche in Ungheria. I Paesi più ricchi attirano coi soldi la nostra gente nonostante gli sforzi del governo e della nostra chiesa diretti a non far partire nessuno e a far ritornare chi è all’estero. Siamo più poveri di altri Paesi occidentali e quindi anche noi soffriamo del fenomeno migratorio. E’ vero, però, che il nostro governo ha scelto il cristianesimo come sua “bussola” ed aiuta concretamente la Chiesa affidandole numerose funzioni sociali ed educative. Questo ci permette di continuare il nostro lavoro pastorale. Dunque, sebbene non si possa dire che l’Ungheria sia un modello ideale, la direzione ‘imboccata’ dal nostro governo per salvare la cultura cristiana costituisce un esempio che andrebbe seguito anche negli altri Paesi”.

Uno dei lati più oscuri delle migrazioni è quello legato al traffico delle ragazze.
“Conosco bene questo fenomeno. La chiesa greco-cattolica ungherese, infatti, contribuisce alle attività di associazioni che aiutano queste ragazze a reinserirsi nella società e nel mondo del lavoro. Un triste fenomeno che, sebbene non sia specifico del nostro tempo perché già diffuso nel passato, è molto sentito anche nel nostro Paese: infatti molte ragazze ungheresi vengono attirate oggigiorno dalla prospettiva di lauti guadagni e lasciano la loro terra per prostituirsi specialmente in Olanda ed in Germania”

I giovani possono guardare con speranza ed ottimismo al lavoro di voi Padri Sinodali?
"I giovani - e non solo - possono sempre guardare con speranza alla Chiesa, essendo quest'ultima il corpo mistico di Cristo. Noi Padri Sinodali non facciamo altro che introdurre o reintrodurre le persone in questo corpo mistico che potremmo anche definire 'la famiglia di Dio'. La questione in ballo non è se la Chiesa sia in grado o meno di dare delle risposte giuste e adeguate. Non siamo in cerca di risposte, ma di Cristo stesso. E' Lui la nostra speranza, sia dei giovani che dei Padri Sinodali".

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