GIOVEDÌ 12 SETTEMBRE 2019, 06:00, IN TERRIS

ERITREA

I vescovi contro la nazionalizzazione di scuole e ospedali

"La Chiesa non cesserà di chiedere giustizia a chi detiene il potere di amministrarla"

MILENA CASTIGLI
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Ospedale eritreo
Ospedale eritreo
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e questo non è odio contro la fede e contro la religione cos’altro può essere?”. Una lettera di protesta contro “l’arbitrario e unilaterale provvedimento assunto di recente dal governo della nazione con la statalizzazione delle nostre cliniche” (29 ospedali e centri sanitari) e “delle nostre scuole” è stata inviata dai vescovi eritrei il 4 settembre al ministro dell’istruzione pubblica Semere Re’esom. L’ultima requisizione risale al 3 settembre scorso e riguarda: la scuola elementare e media inferiore S.Giuseppe dei Fratelli Lassalliani a Cheren; la scuola media superiore dei Frati Cappuccini a Addi-Ugri; la scuola media inferiore e superiore S. Francesco dei Frati Cappuccini a Massawa.


La missiva

“Su tutti questi provvedimenti formuliamo ora la nostra doverosa e legittima protesta”, scrivono i quattro eparchi cattolici, in primis mons. Menghisteab Tesfamariam, arcivescovo di Asmara, in una lettera pervenuta al Sir. Già due anni fa era stata chiusa la scuola secondaria del Santissimo Redentore del seminario di Asmara, ora si sono aggiunte altre 3 scuole secondarie, una delle quali comprensiva delle elementari. I vescovi ribadiscono che scuole e ospedali fanno parte “dell’essere e della missione” della Chiesa e “nessun altro scopo, aperto o coperto, si propone la Chiesa nella gestione delle sue istituzioni educative, se non l’onesto, corretto e appassionato contributo alla promozione integrale dell’uomo, oggi come ieri”. “Prendere risoluzioni e intraprendere azioni in qualsiasi modo lesive di questo ed altri diritti – affermano – non è accettabile ed è soprattutto dannoso per tutti” perché “viene negata la libertà del singolo e se ne paralizzano le attività. E dove la libertà e il diritto sono negati, non c’è più spazio né per la pace, né per la libertà, né per il diritto”. Perciò “come eritrei e come cattolici” chiedono di rivedere le recenti risoluzioni “e il conseguente corso d’azione tempestivamente fermato”; di concedere a “tutte le istituzioni educative e sanitarie della Chiesa” di “poter continuare i loro preziosi e altamente apprezzati servizi al popolo”; e nel caso ci fosse bisogno di “correzioni o di aggiustamenti” considerano “un aperto e costruttivo dialogo” l’unica via praticabile. Dichiarano infine l’intenzione di “dare continuità” al servizio ecclesiale “in campo educativo, a qualsiasi livello e di qualsivoglia genere, nel rispetto delle relative normative statali. Riteniamo lesiva della sua libertà e dei suoi diritti qualsiasi azione contraria a una tale missione”. Finché “non le saranno restituiti tali diritti” la Chiesa “non cesserà di chiedere giustizia a chi detiene il potere di amministrarla”. L'Eritrea è uno Stato che si trova nella parte orientale del Corno d'Africa, confinante con il Sudan a ovest, con l'Etiopia a sud e con il Gibutia sud-est. L'est ed il nord-est del Paese possiedono una lunga linea costiera sul Mar Rosso direttamente di fronte ad Arabia Saudita e Yemen. In Eritrea non c'è libertà di culto. Le religioni ufficialmente autorizzate sono solo quattro: Chiesa ortodossa eritrea, islam, Chiesa cattolica e Chiesa evangelica luterana. Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d'America stimò nel 2011 che circa il 50% della popolazione dell'Eritrea aderiva al cristianesimo, il 48% era islamico e il 2% praticava altre religioni, soprattutto riti africani e animisti. La popolazione ammonta a 6 milioni e mezzo di persone. L'Eritrea è di fatto un regime dittatoriale, senza libertà politiche e di associazione, senza potere giudiziario e fonti d'informazione indipendenti. 

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