LUNEDÌ 13 APRILE 2015, 006:30, IN TERRIS

I FAMILIARI DI ASIA BIBI IN VIAGGIO VERSO L'EUROPA

Il marito e la figlia della donna divenuta simbolo dell'ingiustizia della legge anti-blasfemia diffusa in Pakistan, faranno tappa a Roma, dove incontreranno il Papa e proseguiranno verso Madrid,Parigi, Berlino e Bruxelles

AUTORE OSPITE
I FAMILIARI DI ASIA BIBI IN VIAGGIO VERSO L'EUROPA
I FAMILIARI DI ASIA BIBI IN VIAGGIO VERSO L'EUROPA
"Quando bacerete la mano del Papa, fatelo anche per me. Quello sarà il mio bacio. E chiedetegli una benedizione". A scrivere è Asia Bibi, la mamma cristiana arrestata nel 2009 con l’accusa di aver insultato il profeta Maometto e condannata nel 2010 alla pena capitale.

Le sue parole sono rivolte al marito e alla figlia che hanno deciso di intraprendere un viaggio alla volta dell'Europa. L'obiettivo è quello di sensibilizzare governi e istituzioni e chiedere un vero intervento per liberare la donna divenuta simbolo dell'ingiustizia e dell'abuso della legge anti-blasfemia in Pakistan. Dal 13 aprile al 15 faranno tappa a Roma e a seguire Madrid, Parigi, Berlino e, se possibile, anche Bruxelles.

Nella capitale italiana i due, all'ombra di San Pietro durante l'Udienza Generale del Mercoledì, avranno la possibilità di incontrare il Pontefice. Nel pomeriggio del 14 aprile presso l'hotel Columbus di Roma, si terrà la proiezione in prima assoluta di un film-documentario dedicato alla storia di Asia Bibi, realizzato grazie al viaggio in Pakistan di Ignacio Arsuaga, direttore di HazteOir.

Nello stesso giorno il sen. Mario Mauro e il sottosegretario di Stato alla Difesa, on. Domenico Rossi, assieme all'Associazione Pakistani Cristiani in Italia e all’associazione CitizenGO, hanno indetto una conferenza stampa alle 13, presso la Sala Stampa di Palazzo Montecitorio.

Asia Bibi è in cella da più di 2000 giorni e non cessa di gridare la sua innocenza e di mantenere alta la sua fede. La sua storia dimostra come il comma B e C dell'articolo 295 del Codice pakistano (conosciuti come legge anti-blasfemia) siano tanto fraintendibili da permettere che un innocente finisca condannata alla pena capitale. Nella maggior parte dei casi basta la semplice accusa, il più delle volte infondata. La norma non prevede l’onere della prova da parte dell’accusatore e sta quindi al presunto blasfemo provare la propria innocenza.
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