DOMENICA 17 MARZO 2019, 00:01, IN TERRIS

Don Maffeis: "Dignità e sensibilità, come cambia la comunicazione cattolica"

La sfida è far capire alla gente quello che accade nel mondo. Altrimenti si rischia di generare solo rumore

DARIA ARDUINI
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Don Ivan Maffeis
Don Ivan Maffeis
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uello che spesso manca all’informazione di oggi è una chiave di lettura, un’interpretazione. L’assenza di gerarchie, di un giudizio nel senso buono del termine, rischia infatti di far diventare lo sterminato mare di notizie che ogni giorno ci piovono addosso, solo un rumore. Di renderci saturi. Quindi la preziosità del nostro lavoro risiede proprio nella capacità di prendere una notizia, di contestualizzarla, e di offrirla in un orizzonte di significato”. E’ questo il pensiero di don Ivan Maffeis, Direttore dell’Ufficio Nazionale delle Comunicazioni Sociali della Cei, con cui abbiamo parlato dei cambiamenti della comunicazione e delle nuove sfide dell’informazione cattolica, in un tempo nel quale l’arrivo del digitale ha modificato il mondo delle relazioni umane e sociali.

 

La sua generazione è nata nell’era analogica. Che ricordi ne ha?
“Vengo da una famiglia numerosa del Trentino. Sono il maggiore di sette fratelli. Quando ero piccolo, a casa non avevamo la televisione. Non serviva e non ce ne siamo mai accorti. Non avevamo nemmeno la percezione di come questo mezzo tecnologico avrebbe cambiato le abitudini della gente, perché le attività e le possibilità di stare insieme erano tante. Anche se il momento in cui accendevamo la Tv della nonna per guardare Carosello era sempre molto atteso, soprattutto per la novità che rappresentava”.

Poi è arrivato il cellulare…
“Quando avevo vent'anni sono stato per alcuni mesi in Africa e in America Latina. Non mi sarei mai sognato di andare a cercare un telefono. Se uno prima partiva, partiva davvero. Oggi non è più così. Siamo passati da un contesto dove la comunicazione aveva dei confini molto ristretti, blindati, e la vita era fatta di tante altre cose, a un presente dove l’informazione è ovunque. Siamo passati da un sistema dove pubblicare una notizia era un'impresa, ad ora, dove chiunque può aprire un canale su YouTube o postare commenti su un articolo, raccontarsi con una foto”.

Com’è stato accolto l’avvento del digitale?
“Credo che la mia generazione non abbia metabolizzato questa trasformazione culturale. Torno all’esperienza di quando ero bambino… La domenica si andava a dottrina. Poi ad un certo punto dovevamo uscire e mi chiedevo sempre: ‘Ma cosa dovrà dire il parroco agli adulti per cui noi dobbiamo andare via?’ Alle 15:00, infatti, il vicario parrocchiale ci faceva uscire e ci portava al cinema della parrocchia, l’unico in paese”.

Don Maffeis, ma il film chi lo sceglieva?
“O il parroco o il vicario parrocchiale. Raccontando ciò, voglio far riflettere su come prima si vivesse in un mondo più semplice, dove anche le piccole cose erano delle scoperte che però ci lasciavano meravigliati. Ad esempio, la prima volta che ho visto la biblioteca del mio sacerdote, con dei libri vecchissimi che lui prestava, sono rimasto a bocca aperta. A quei tempi i bambini avevano delle figure di riferimento molto forti, che ci dicevano cosa guardare e cosa leggere. All'inizio del mese vedevi affissa in parrocchia la programmazione con i titoli dei 4 film, più il Carosello in televisione. Il nostro immaginario era basato su questo. Era una situazione limitata, ma al contempo protetta. Ci tutelava”.

L’innovazione ha sicuramente migliorato la nostra qualità della vita, ma non ci ha tolto anche qualcosa?  
“Oggi la situazione è esplosa. Forse ci sta sfuggendo di mano, ma nessuno ormai rinuncerebbe all’innovazione tecnologica per tornare indietro. Nessuno credo abbia nostalgia del vecchio film parrocchiale. Quello che però è venuto a mancare è il riferimento. Quel riferimento che era costituito dal genitore, dalla nonna, dalla comunità. In un paese, come quello in cui sono nato, era normale crescere all'interno di quella che chiamiamo ‘la tradizione’. Non voglio santificare il passato, ma ciò che noto sui miei nipoti è proprio il fatto che l’accesso sul mondo non filtra più dallo sguardo attento di un adulto, non è più la piccola biblioteca del parroco. Tutto questo, se da un lato è una ricchezza enorme, dall’altro ha fatto perdere ‘la tradizione’, cioè le persone che condividono con noi la vita, che scelgono un film o un libro da metterti in mano perché lo ritengono educativo, valido per la tua età”.

Come sta cambiando l’umano?
“Negli ultimi dieci anni tutti abbiamo beneficiato di questa ricchezza, compresi gli anziani. Però ne siamo usciti cambiati perché nessuno parla più. Sono convinto che come cristiani, come credenti, niente ci sia estraneo. Ed anzi, che sia proprio la nostra fede a darci lo sguardo attraverso cui interpretare quello che accade. In un messaggio di un paio di anni fa, Papa Francesco, diceva: ‘La realtà non ha un significato univoco’. Un’affermazione che mi ha fatto riflettere. Mi sono chiesto come sia possibile che la realtà non sia universale? Poi ho capito. Tutto dipende da come la osserviamo, dalle lenti con cui la interpretiamo. Come cristiani, quello che ci sta a cuore è l'uomo, è la vita in tutte le sue fasi. E’ l’annuncio del Vangelo. Questo non vuol dire che la nostra sia una comunicazione di sacrestia. Anzi. Lo sguardo del Vangelo, l'esperienza ecclesiale, è quello che ci deve consentire di essere presenti in qualunque ambiente con un nostro giudizio. E credo che questa sia una delle cose più belle e più forti che abbiamo tra le mani”.

Ogni giorno siamo raggiunti da un flusso ininterrotto di informazioni, su mille piattaforme, sui nostri dispositivi…
“In un bel passaggio dell’omelia di Benedetto XVI dell’8 dicembre del 2009, in Piazza di Spagna per l'omaggio alla Madonna, disse: ‘La città è fatta di una massa di persone, di una folla anonima. I media hanno una capacità incredibile di prendere il volto di una persona, di una storia, e di buttarla su una televisione, su un giornale. Spesso questo avviene senza il rispetto della dignità della persona, della sua storia’. Parole che ci permettono di capire come il mondo dei media riesca in un istante a fare in modo che una persona si ritrovi ad avere una popolarità incredibile, che però è solo strumento del sistema, per poi essere scartata, per usare una parola del magistero di Papa Francesco. Lo scarto. Ecco dunque il senso dell’importanza di ‘contestualizzare’ anche come sinonimo di rispetto della vita. Un concetto, che Bergoglio, ribadisce al mondo della stampa, fin dalla sua prima udienza nel marzo del 2013, nell’aula Paolo VI, quando nel ringraziare i giornalisti, affermò: ‘Tutti i lavori sono impegnativi, ma il vostro ancora di più, perché richiede studio, sensibilità, ed esperienza’. Tre caratteristiche che in un tempo accelerato come il nostro, fanno la differenza”.

Aspetti di cui si occupa nella sua attività quotidiana per la Conferenza episcopale. A proposito ha ancora senso parlare di comunicazione ufficiale, di portavoce?
“Ieri il portavoce era quello che di fatto dava le notizie dell'istituzione, come faceva padre Lombardi. Il Sir, dava le notizie. Oggi tutte le agenzie rincorrono un Tweet di un ministro che magari, mentre si fa la barba, da il là, orienta l’informazione. A questo punto è difficile dire se esista ancora una figura istituzionale di riferimento. Di fatto, siamo tutti diventati dei comunicatori. Basta pensare alle tante notizie che diventano virali non per la qualità dei contenuti ma perché sono intercettate e si inseriscono all'interno di una rete di rapporti che immediatamente le ri-lanciano, le condividono, e appunto la rendono virali”.

Rispetto a questo cosa può fare la comunicazione cattolica?
“Noi cerchiamo di accompagnare quello che succede, di esserci, di riposizionarci. Di fornire come Conferenza Episcopale Italiana, che è l’unico editore della televisione (Tv2000), del circuito radiofonico, dell'Agenzia e del quotidiano Avvenire, un’informazione approfondita, che non si limiti a lanciare una notizia, ma a contestualizzarla”.

Come fare la differenza nell’informazione al tempo del web?
“Le relazioni. Quando si hanno dei rapporti di fiducia si può innanzitutto chiedere un parere. E’ la cosa più ovvia. Oltre alle tre caratteristiche indicateci da Papa Francesco. Perché se si è studiato, nel momento in cui si è di fretta e si devono scrivere poche righe, saremo in grado di dare un’informazione che può fare la differenza rispetto agli altri. Si avrà la capacità di contestualizzarla, di prendere per mano il fatto e di condurlo alla dottrina sociale senza fare prediche. Quando ad esempio Bergoglio è andato a Cassano allo Ionio nel 2014 e ha scomunicato la mafia, tutti i media hanno dato la notizia. Ma solo Tv2000, è riuscita a dare veramente forza alle sue parole, chiamando in studio il vaticanista Luigi Accattoli per spiegare il magistero dei vescovi del Sud a fine ‘800 inizio ‘900. Poi serve l’esperienza. Un’esperienza fatta di tanta fatica ma anche di tanta passione per questo mestiere. E l’ultima parola, la sensibilità: lo studio, l’esperienza e la sensibilità. Credo che il cinismo con cui tante volte vengono raccontate le cose, le inquini profondamente. Lo sguardo della sensibilità va però coltivato con la propria spiritualità, con delle amicizie sane, con il proprio cammino umano. Non si tratta di un’emozione passeggera”.

Che cos’è allora la sensibilità?
“E’ la capacità di guardare al tessuto sociale, a un'Italia che si mobilita davanti a cinquantuno migranti curdi la cui barca a vela si è capovolta davanti alle spiagge di Crotone. A salvarli dal naufragio erano infatti i cittadini del paese di Melissa, non appena sentite le urla. La sensibilità è anche riuscire a intercettare questo. Non solo il fatto eclatante come l’aereo che precipita con il freddo elenco dei morti, ma ciò che vi è dietro. Dobbiamo raccontare l’Italia che c’è. Dare voce alle storie. Mentre spesso il messaggio che passa è quello di un Paese che non funziona. Per vedere tutto questo occorre molta sensibilità”.

Come si sta muovendo la Cei?
“Dalla primavera del 2018, abbiamo provato ad offrire dei percorsi di significato. Abbiamo provato a dirci: mentre cerchiamo di far sistema tra i nostri media e portarli il più possibile a quella condivisione che la tecnologia ci permette, proviamo ad offrire un luogo in cui determinati contenuti possono essere accorpati con significato. Questo progetto si chiama CEInews.it dove più che dare notizie, abbiamo immaginato determinati temi legati all’attualità costruendo dei percorsi".

I prossimi temi sui cui si impegnerà l’informazione cattolica?
“L’eutanasia. Il Parlamento è obbligato per la prima volta nella storia della nostra Repubblica a fare una legge entro l’autunno. Questo complesso cammino va accompagnato. Proviamo ad immaginare cosa vuol dire prendere in mano un disegno di legge, spiegarlo, poterlo approfondire, condividere col numero maggiore di persone possibili. Ecco, credo che oggi la comunicazione sia cambiata perché ieri la CEI avrebbe fatto un comunicato, oggi invece propone un percorso. E questo grazie alla rete, che ci dà la possibilità di arrivare ad un pubblico che diversamente non intercetteremmo”.

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