MERCOLEDÌ 27 APRILE 2016, 12:06, IN TERRIS

BERGOGLIO: "NON ESISTE VERO CULTO SE NON SI TRADUCE IN AMORE AL PROSSIMO"

Il Papa, durante l'udienza generale in Piazza san Pietro, commenta il brano evangelico del buon samaritano

MILENA CASTIGLI
BERGOGLIO:
BERGOGLIO: "NON ESISTE VERO CULTO SE NON SI TRADUCE IN AMORE AL PROSSIMO"
Papa Francesco, durante l’udienza generale in Piazza san Pietro, discorre sulla parabola del buon samaritano. Un uomo in grado di “ribaltare la prospettiva”. Il dottore della legge – che non si ferma a medicare l’uomo riverso in strada - per “prossimo” intendeva infatti “i miei parenti, i miei connazionali, quelli della mia religione, insomma vuole una regola chiara che gli permetta di classificare gli altri”; Gesù invece – che “mette in scena un sacerdote, un levita e un samaritano, i primi due figure legate al tempio, il terzo ebreo scismatico considerato come straniero e impuro cioè samaritano” - prossimo è “chi ha avuto compassione” dell'uomo ferito e abbandonato sulla strada.

Bergoglio, dinanzi a 25mila fedeli, prende spunto dal vangelo di oggi per toccare l’attualità. “Di fronte alla sofferenza di così tanta gente ferita da fame e ingiustizia, non possiamo rimanere spettatori, ignorare la sofferenza dell'uomo cosa significa? Significa ignorare Dio, se non mi avvicino a quell' uomo, a quella donna, a quell'anziano, a quella anziana, a quel bambino che soffre, non mi avvicino a Dio”.

“Non è automatico - ha ammonito il Papa nell'ambito delle sue catechesi sulla misericordia nel Nuovo testamento - che chi conosce la casa di Dio e conosce la sua misericordia sappia amare il prossimo, non è automatico”. Puoi conoscere “tutta la bibbia, tutte le norme liturgiche, tutta la teologia, ma del conoscere non è automatico l'amare: l'amore ha un'altra strada, con intelligenza, ma qualcosa di più, il sacerdote e il levita - ha detto ritornando sulla parabola del buon samaritano - vedono ma ignorano, guardano ma non provvedono, eppure non esiste vero culto se non si traduce in amore al prossimo”.

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Il samaritano, ha osservato, nonostante fosse “quello più disprezzato, su cui nessuno avrebbe scommesso nulla, e che comunque aveva anche lui i suoi impegni e cose da fare … quando vide l'uomo ferito non passò oltre come gli altri due, che erano legati al tempio, ma ne ebbe compassione, ne ebbe compassione - ha ripetuto il Papa - cioè il cuore e le viscere si sono commosse”. “Ecco la differenza tra i tre: i loro cuori videro ma rimasero freddi, invece il cuore del samaritano era sintonizzato con il cuore stesso di Dio, infatti la compassione è caratteristica di Dio, Dio ha compassione cosa vuol dire? Patisce con noi le nostre sofferenze lui le sente, com-passione, ‘patire con’, il verbo indica che le viscere fremono e si muovono, e nei gesti del buon samaritano riconosciamo l'agire misterioso di Dio in tutta la storia della salvezza”.

“L'amore - ha proseguito Francesco - non è un sentimento vago, ma significa occuparsi dell'altro pagando di persona, significa compromettersi, compiere tutti i passi necessari fino ad immedesimarsi con l'altro, questo vuole dire 'amerai il tuo prossimo come te stesso'“. Il samaritano infatti “si comporta con vera misericordia, fascia le ferite” dell'uomo abbandonato lungo la strada dai briganti che lo avevano rapinato, “lo porta in albergo e provvede alla sua assistenza”.

La compassione che prova verso l'uomo abbandonato morente lungo la strada da Gerusalemme a Gerico, ha spiegato ancora, “è la stessa compassione con cui Dio viene incontro a ciascuno di noi, ci viene vicino e non ci abbandona mai”. “Possiamo ognuno di noi farci la domanda e rispondere nel cuore 'io ci credo? Credo che il Signore abbia compassione di me così come sono, peccatore, che ho tanti problemi?'“ ha esortato il Pontefice. “E la risposta è 'sì', ma ognuno deve guardare nel cuore per vedere se ha la fede in questa compassione di Dio, nel Dio buono che ci avvicina, ci carezza e se noi lo rifiutiamo lui aspetta, è paziente”.

Alla fine della parabola “Gesù chiede 'chi ti sembra sia stato prossimo?'. E la risposta è finalmente inequivocabile: 'chi ha avuto compassione di lui'”. All'inizio della parabola - ha evidenziato il Successore di Pietro - il prossimo era il moribondo, alla fine è il samaritano: Gesù ribalta la prospettiva: non state a classificare gli altri per vedere chi è prossimo e chi no”.

Questa parabola, ha concluso, “è uno stupendo regalo per noi, a ognuno Gesù ripete ciò che disse al dottore della legge, 'va e anche tu fai così'. Siamo tutti chiamati a percorrere lo stesso cammino del samaritano, Gesù si è chinato su di noi si è fatto nostro servo e così ci ha salvati perché anche noi possiamo amarci come lui ci ha amato, allo stesso modo”.
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