MARTEDÌ 07 LUGLIO 2015, 18:53, IN TERRIS

BERGOGLIO: “BASTA SCUSE PER NON IMPEGNARSI CONTRO LE GUERRE”

Nel suo terzo giorno in Ecuador Papa Francesco ricorda come è Gesù che ci manda in un mondo che è fortemente diviso dalle violenza e dove i cristiani possono essere testimonianza di unità

AUTORE OSPITE
BERGOGLIO: “BASTA SCUSE PER NON IMPEGNARSI CONTRO LE GUERRE”
BERGOGLIO: “BASTA SCUSE PER NON IMPEGNARSI CONTRO LE GUERRE”
Anche oggi un bagno di folla accoglie Papa Francesco. Sono circa un milione e mezzo le persone riunite al Parque del Bicentenario di Quito per l'arrivo del Pontefice che inizierà la sua terza giornata in Ecuador con la celebrazione della Santa Messa. I fedeli, che hanno bivaccato tutta la notte anche sotto la pioggia, salutano con calore e gioia grande il Papa latinoamericano che ha dedicato la parte iniziale dell'appuntamento ai saluti sulla papamobile, una prassi cara a Bergoglio che ama incontrare da vicino la sua gente.

La parola di Dio, esordisce il Santo Padre, "ci invita a vivere l’unità perché il mondo creda". Immagino quel sussurro di Gesù nell'ultima cena come un grido, in questa Messa che celebriamo nella Piazza del Bicentenario. Il Bicentenario di quel grido di indipendenza dell'America Ispanofona. Quello è stato un grido nato dalla coscienza della mancanza di libertà, di essere spremuti e saccheggiati, "soggetti alle convenienze contingenti dei potenti di turno". (Esort. ap. Evangelii gaudium, 213).

Francesco esprime il desiderio di poter far coincidere oggi queste due grida nel segno dell'evangelizzazione. Non con parole altisonanti, o termini complicati, ma una concordia che nasca "dalla gioia del Vangelo", che "riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Noi qui riuniti, tutti insieme alla mensa con Gesù, diventiamo un grido, un clamore nato dalla convinzione che la sua presenza ci spinge verso l'unità e segnala un orizzonte bello, offre un banchetto desiderabile".

Partendo dalle parole di Gesù che prega il Padre chiedendo l'unità affinché il mondo creda, il Pontefice sottolinea come i cristiani devono testimoniare questa comunione. "A quel grido di libertà che proruppe poco più di 200 anni fa non mancò né convinzione né forza, ma la storia ci dice che fu decisivo solo quando lasciò da parte i personalismi, l’aspirazione ad un’unica autorità, la mancanza di comprensione per altri processi di liberazione con caratteristiche diverse, ma non per questo antagoniste. E l’evangelizzazione può essere veicolo di unità di aspirazioni, di sensibilità, di sogni e persino di certe utopie. Certamente lo può essere e questo noi crediamo e gridiamo".

Per questo è importante agire per l'inclusione a tutti i livelli, evitando l'egoismo, promuovendo la comunicazione e il dialogo. "Bisogna affidare il cuore al compagno di strada senza sospetti, senza diffidenze. Affidarsi all'altro è qualcosa di artigianale, la pace è artigianale". Quotidianamente constatiamo che il mondo in cui viviamo è lacerato dalle guerre e dalla violenza. "Sarebbe superficiale ritenere che la divisione e l'odio riguardano soltanto le tensioni tra i Paesi o i gruppi sociali. In realtà, sono manifestazioni di quel "diffuso individualismo" che ci separa e ci pone l'uno contro l'altro, frutto della ferita del peccato nel cuore delle persone, le cui conseguenze si riversano anche sulla società e su tutto il creato".

Su questo punto il Pontefice si sofferma in maniera particolare, spiegando che Gesù ci invia proprio in un mondo dove regna la guerra, "la nostra risposta non è fare finta di niente, sostenere che non abbiamo mezzi o che la realtà ci supera - ha ammonito - La nostra risposta riecheggia il grido di Gesù e accetta la grazia e il compito dell'unità".

Il nostro grido, in questo luogo che ricorda quel primo grido di libertà, attualizza quello di san Paolo: "Guai a me se non annuncio il Vangelo!" (1 Cor 9,16). E’ tanto urgente e pressante come quello che manifestava il desiderio di indipendenza. Ha un fascino simile, lo stesso fuoco che attrae. Siate una testimonianza di comunione fraterna che diventa risplendente!

Che bello sarebbe che tutti potessero ammirare come noi ci prendiamo cura gli uni degli altri, come ci diamo mutuamente conforto e come ci accompagniamo! Il dono di sé è quello che stabilisce la relazione interpersonale che non si genera dando “cose”, ma dando sé stessi. In qualsiasi donazione si offre la propria persona. “Darsi” significa lasciare agire in sé stessi tutta la potenza dell’amore che è lo Spirito di Dio e in tal modo aprirsi alla sua forza creatrice. "L’uomo donandosi si incontra nuovamente con sé stesso, con la sua vera identità di figlio di Dio, somigliante al Padre e, in comunione con Lui, datore di vita, fratello di Gesù, del quale rende testimonianza. Questo significa evangelizzare, questa è la nostra rivoluzione – perché la nostra fede è sempre rivoluzionaria – questo è il nostro più profondo e costante grido".
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