Via D’Amelio, le cicatrici della strage che uccise Borsellino

Ventotto anni fa il massacro del magistrato e dei suoi cinque agenti di scorta. Mattarella: "Non si attenuano dolore, sdegno e angoscia"

ULTIMO AGGIORNAMENTO 12:56

La colonna di fumo nero si levò alta nel cielo di Palermo. Un pilastro di fuliggine e ceneri, nello stretto braccio urbano di Via Mariano D’Amelio. Magistrato anche lui, primo presidente della Corte Suprema di Cassazione negli anni Venti. Quel giorno, però, è il 19 luglio e l’anno è il 1992. Anno di sangue. Quello del giudice Giovanni Falcone, di sua moglie Francesca e dei suoi tre agenti di scorta, massacrati a Capaci due mesi prima. Quello di Paolo Borsellino e di coloro che cercavano di proteggerlo. Stavolta cinque. Una coltre di fumo pesante come piombo in una città ancora ferita, stretta nella morsa violenta di una criminalità organizzata che ha colpito al cuore lo Stato italiano. A Via D’Amelio l’orrore scorre sotto le finestre delle abitazioni, come a Capaci passò sotto gli occhi del traffico da e verso Punta Raisi. Il risultato è lo stesso: una carneficina che deve esigere giustizia.

Martiri ed eroi

Ventotto anni non sono poi molti. Appena un impercettibile movimento nella lunga lancetta della storia. In un certo senso, è come se quella colonna di fumo fosse ancora lì, a ricordare in Via D’Amelio quanto male gli uomini sono in grado di costruire. Di scatenare, semplicemente innescando un pulsante di avvio. Il ricordo, la memoria, rendere il lavoro di quei magistrati la pietra d’angolo nella lotta alla criminalità. Questo imposero le due stragi di Palermo, in un’estate tinta dal sangue degli italiani uccisi per aver compiuto il proprio dovere, anteponendo la tutela dell’ordine pubblico e della giustizia alla loro stessa vita. Quasi tre decenni e, come ogni anno, la città si stringe attorno ai suoi eroi. Paolo Borsellino, ma anche Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Claudio Traina, Vincenzo Li Muli ed Emanuela Loi. Martiri anche loro, come Vito Schifani, Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro a Capaci.

L’eredità di Via D’Amelio

“La limpida figura del giudice Borsellino – che affermava, che chi muore per la legalità, la giustizia, la liberazione dal giogo della criminalità, non muore invano – continuerà a indicare ai magistrati, ai cittadini, ai giovani la via del coraggio, dell’intransigenza morale, della fedeltà autentica ai valori della Repubblica”. Lo ricorda così, Paolo Borsellino, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in un messaggio che è anche un appello al popolo italiano, affinché la memoria di quei giorni resti sempre viva. “A distanza di tanti anni non si attenuano il dolore, lo sdegno e l’angoscia per quell’efferato attentato contro un magistrato simbolo dell’impegno contro la mafia, che condivise con l’amico inseparabile Giovanni Falcone ideali, obiettivi e metodi investigativi di grande successo”. Un appello che arriva trasversalmente da tutte le forze politiche ma che, ancora una volta, al  di là delle dichiarazioni si mostra in tutta la sua importanza. Perché ricordare è giusto, ma lo è anche agire secondo coscienza, nella consapevolezza che l’ordine e la legalità rappresentano due pilastri del vivere insieme. Per questo, da Via D’Amelio, l’ombra di quella violenza sembra levarsi ancora, a ricordare a ognuno di noi che la battaglia per la giustizia si combatte ogni giorno. Nei gesti comuni e nel rispetto reciproco.

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