STUDENTESSE AVVELENATE, IL PREZZO DELLA LIBERTA’ IN AFGHANISTAN

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Un assalto alla scuola per bloccare il processo di pacificazione e perpetuare il terrore. Un attacco al diritto che ogni bambino o adolescente dovrebbe avere: quello di crescere, pensare, ragionare e comprendere. Il tutto in omaggio al fanatismo più bieco, acerrimo nemico della libertà. L’Afghanistan fa i conti con un nuovo colpo inferto al già delicato sistema di pubblica istruzione femminile. Una realtà invisa ai gruppi radicali che proprio su ignoranza e analfabetismo fanno leva per garantirsi il controllo delle fasce più deboli della popolazione. Nella provincia di Herat, popolosa città dell’omonima provincia occidentale, decine di ragazze tra i 12 e i 16 anni e alcune insegnanti sono state ricoverate con sintomi di avvelenamento. Sconosciuta la sostanza utilizzata, anonima la mano che ha agito. Di certo c’è solo la paura delle vittime e delle loro famiglie. L’intossicazione è stata confermata dal portavoce della struttura sanitaria, Mohammad Shafiq Sherzai, il quale ha raccontato ai media che solo nella mattina di lunedì 116 fra allieve e docenti di un istituto femminile del quartiere di Jabril, si sono presentate al pronto soccorso con nausea, dolori allo stomaco, giramenti di testa e, in alcuni casi, perdita temporanea della conoscenza.

Il fenomeno si ripete da anni in varie province afghane e anche del Pakistan. Mai rivendicato, esso viene attribuito a movimenti islamici fondamentalisti che si oppongono con tutte le loro forze all’educazione delle bambine e delle ragazze. L’avvelenamento avviene attraverso la contaminazione di acqua e cibo destinati alle scuole o tramite la dispersione di gas tossici nell’aria. In altri casi, poi, per scoraggiare lo svolgimento delle lezioni vengono posizionati e fatti esplodere ordigni rudimentali che danneggiano le strutture. Una delle insegnanti, Hasina, ha dato una testimonianza all’agenzia di stampa Pajhwok: “Ero dentro un’aula e ad un certo punto ho sentito un forte odore cattivo. Non posso dire cosa è successo dopo. Quando ho riaperto gli occhi ero in ospedale”. Bibi Gul, una madre, ha invece raccontato che le due sue bambine, di 12 e 14 ani, frequentavano la scuola di Jabril. “Hanno telefonato per avvertirmi dell’accaduto. Mi sono precipitata in ospedale ed ho trovato la piu’ piccola in condizioni stabili, ma l’altra in uno stato più preoccupante”. I sanitari hanno realizzato test clinici e prelevato campioni di sangue per risalire alle cause dell’avvelenamento. Ma, come accaduto in passato, le ricerche non forniranno probabilmente risposte univoche.

Per il momento, comunque, sembra che nessuna delle persone ricoverate sia in pericolo di vita. Il portavoce dell’ospedale in serata ha reso noto che il 50% delle ragazze ed insegnanti ricoverate sono state dimesse, mentre le altre resteranno internate ancora per una notte. Solo nel mese di giugno 2015, i media afghani hanno segnalato tre casi di avvelenamento di studentesse. Il 6 giugno scorso ad avere la peggio sono state decine di allieve di una scuola del distretto di Panjab nella provincia centrale di Bamyan. Il 13 giugno è stata la volta, ancora ad Herat City, del ricovero di studentesse del Liceo Istiqlal, mentre il 22 giugno 30 giovani della scuola Band-i-Kosa nel distretto di Waras, nuovamente nella provincia di Bamyan, sono finite in ospedale con vertigini, lacrimazioni, mal di testa e vomito. E tuttavia minacce e attacchi non sembrano placare l’anelito di alfabetizzazione delle giovani afgane. L’istruzione rimane l’arma più micidiale per combattere il fondamentalismo e l’intolleranza. E ad Herat sono sicuri: nessuno riuscirà ad avvelenare il desiderio di libertà.

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