Pedofilia: la Chiesa australiana chiede perdono

ULTIMO AGGIORNAMENTO 19:23

La piaga della pedofilia torna a scuotere la Chiesa con due vicende distinte. La prima è quella che riguarda l’Australia. Dopo quattro anni di lavoro, la “Commissione d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali su minori”, massima autorità inquirente nel Paese, ha reso noti i risultati delle sue inchieste su chiese, scuole, enti di beneficenza, organizzazioni comunitarie, gruppi di boy scout e club sportivi, ma anche governi locali e polizia. Dall’inchiesta, emerge che il 7% dei preti cattolici d’Australia è accusato di aver commesso abusi su minori dal 1950 in poi. L’età media delle vittime era di 10 anni e mezzo per le bambine e poco più di 11 anni e mezzo per i bambini. In tutto tra il 1980 e il 2015 sono state presentate 4.444 denunce per episodi di pedofilia avvenuti in oltre 1.000 strutture di proprietà della Chiesa cattolica.

Il presidente dei vescovi

Nello stesso giorno il presidente dei vescovi australiani, mons. Denis J. Hart, arcivescovo di Melbourne, ha diffuso un messaggio in cui afferma che “profondamente consapevole del male e del dolore causati dall’abuso, ancora una volta offro le mie scuse a nome della Chiesa cattolica. Mi dispiace per il danno che è stato fatto alla vita delle vittime di abusi sessuali. Come ha detto di recente Papa Francesco, ‘è un peccato che ci fa vergognare’”. “Vi scrivo – prosegue mons. Hart – nel momento in cui ha inizio l’udienza finale che coinvolge la Chiesa cattolica presso la Commissione reale di inchiesta sugli abusi sessuali dei bambini. Per le vittime e i sopravvissuti, per la comunità cattolica e la più ampia comunità australiana, questa udienza può essere un momento difficile e anche doloroso. La Commissione reale sta analizzando le prove che ha ricevuto e cercando di capire come e perché questa tragedia si è verificata”.

Basta insabbiamenti

Mons. Hart ribadisce che non saranno più tollerati insabbiamenti. “Nel corso delle prossime tre settimane – scrive Hart – le prove presentate durante le audizioni della Commissione reale saranno analizzate, saranno rese pubbliche le statistiche circa l’entità degli abusi e sarà esplorata la strada da seguire. Molti dei nostri vescovi e altri leader cattolici compariranno davanti alla Commissione reale. Dovranno spiegare cosa la Chiesa sta facendo per cambiare la vecchia cultura che ha permesso all’abuso di continuare e come intende mettere in atto nuove politiche, strutture e protezioni per salvaguardare i bambini. Papa Francesco ha invitato tutta la Chiesa a trovare il coraggio necessario per adottare tutte le misure necessarie per proteggere in ogni modo la vita dei nostri bambini, in modo che tali crimini non possano mai essere ripetuti”.

I dati forniti dall’arcivescovo

L’arcivescovo di Sidney, il domenicano Anthony Fisher, in un videomessaggio ha fornito le prime cifre del fenomeno che ha coinvolto, dal 1950, 384 sacerdoti diocesani, 188 sacerdoti religiosi, 597 religiosi e 96 religiose. Denunce sono state presentate anche contro 543 laici dipendenti della Chiesa e altre 72 persone il cui status religioso è sconosciuto. Secondo mons. Fisher, il rapporto non distingue tra le denunce e i casi effettivamente accertati. Inoltre, la maggior parte dei casi risale agli anni Cinquanta e Settanta e si presume che il fenomeno sia considerevolmente diminuito; tuttavia mons. Fisher riconosce la responsabilità della Chiesa ed elenca quello che la Chiesa australiana ha fatto e sta facendo per combattere il flagello della pedofilia.

Umiliazione e perdono

“Sono convinto – afferma l’arcivescovo – che dopo l’umiliazione e la purificazione attraverso cui stiamo attualmente passando, ci sarà una Chiesa umile, più consapevole e più compassionevole in questo settore. Ma noi siamo in cammino e c’è ancora molto da fare: per questo siamo grati per lo studio paziente della Royal Commission”. Mons. Fisher fa sapere che mentre si svolgeranno le audizioni finali, farà parte di un gruppo di lavoro con altri arcivescovi “per discutere non solo ciò che è andato storto in passato ma anche ciò che possiamo fare meglio in futuro. Insieme avremo l’opportunità di ribadire la determinazione dei leader cattolici e della comunità cattolica per sradicare questo male dalla Chiesa, e per dimostrare il buon lavoro che abbiamo fatto (e ancora abbiamo intenzione di fare)”.

Il caso Napoli

Ma la bufera mediatica non riguarda solo “l’altro capo del mondo”. Sulle colonne di un quotidiano è riemersa la vicenda di un giovane napoletano che avrebbe subito abusi sessuali quando era bambino da parte del parroco e ora accusa il cardinale Crescenzio Sepe di aver insabbiato il caso. La replica è stata affidata a una nota firmata dal cancelliere arcivescovile p. Luigi Ortaglio che riportiamo integralmente:
“Nell’anno 2010 la Curia arcivescovile di Napoli riceveva alcune lettere del Sig. Arturo Borrelli e del suo psichiatra, il dott. Alfonso Rossi, che denunciavano presunti abusi subiti dallo stesso Borrelli dall’età di 13 anni a quella di 17 da parte del Rev.do Don Silverio Mura, negli anni 1986-1992. Nonostante fino a quel momento il Rev.do Don Silverio Mura avesse sempre goduto della stima dei Superiori e dei Fedeli, svolgendo con dedizione il ministero sacerdotale in due Parrocchie, l’Arcivescovo incaricò immediatamente il Vicario generale di condurre un’indagine per verificare la verosimiglianza delle accuse mosse. Il Vicario generale, pertanto, incontrò ed ascoltò prima il Sig. Arturo Borrelli, quindi, il suo psichiatra, nonché infine lo stesso Don Silverio Mura, il quale fin da subito negò decisamente la veridicità di quanto affermato dal Sig. Arturo Borrelli. Comunque, nonostante nulla confermasse le accuse del Sig. Borrelli, si convenne insieme al Rev.do Don Silverio Mura sull’opportunità di un periodo sabbatico di riposo e distacco dalla Parrocchia presso una comunità religiosa, fuori diocesi. Nel 2014 il Sig. Borrelli, prima personalmente e poi tramite il suo legale, l’Avv. Sergio Cavaliere, chiedeva di essere ancora una volta ascoltato dall’Autorità ecclesiastica e di ottenere dall’Arcidiocesi di Napoli un risarcimento per i danni provocati dai presunti abusi da lui denunciati. Nel frattempo, il Sig. Arturo Borrelli, sostenuto dalla Rete “L’Abuso”, si è rivolto al Santo Padre. La Congregazione per la dottrina della fede, come avviene generalmente in questi casi, con lettera del 2 ottobre 2014 affidava all’Arcidiocesi di Napoli il compito di effettuare una investigatio previa a norma del can. 1717 del C.J.C. Pertanto, nell’ambito di tale indagine sono stati di nuovo formalmente ascoltati la presunta vittima, il suo psichiatra, l’accusatore, il suo psicologo, vari testimoni, tra cui uno indicato dallo stesso accusatore ed un altro spontaneamente presentatosi dopo una nota trasmissione televisiva RAI che si è occupata del caso. Inoltre, nell’ambito di tale istruttoria, su indicazione della Congregazione per la dottrina delle fede, è stato chiesto al Sig. Arturo Borrelli di sottoporsi ad una perizia psichiatrica, affidata a un neuropsichiatra specializzato in psicologia forense, vittimologia e criminologia, qualificato per la cosiddetta ‘ricostruzione della memoria testimoniale’. Purtroppo non è stato possibile espletare tale perizia per il rifiuto del periziando. Quindi, trasmessi gli atti dell’attività istruttoria alla Congregazione per la dottrina della fede, questa nel 2016 riteneva non essere emersi gli elementi sufficienti per avviare un processo penale a carico del Rev.do Don Silverio Mura”.

Ora il giovane si è rivolto nuovamente al Papa: resta da vedere quali saranno le decisioni del S. Padre, che ha recentemente ribadito la linea della tolleranza zero non solo per quanto riguarda gli abusi ma anche per i vescovi che coprono consapevolmente i responsabili.

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