L’INFORMAZIONE È UN’ARMA

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La comunicazione è diventata un’arma. Nell’era dell’informazione in cui tutto viene raccontato in tempo reale attraverso quotidiani on-line, telegiornali o stampa, il terrorismo combatte la sua battaglia a colpi di “news”, di scoop e di minacce che circolano velocemente da un capo all’altro del mondo con un semplice click. I gruppi di estremisti islamici più pericolosi addestrano i loro miliziani non solo valutando la forza fisica, l’agilità o la capacità di gestire l’arsenale a disposizione, ma anche puntando su una vera e propria strategia comunicativa.

Parole, immagini, filmati, suoni: tutto ciò che serve a innescare la paura, diventa il mezzo con cui ‘manipolare’ la mente umana facendo del terrorismo psicologico l’arma più potente del terzo millennio. Lo stesso Abu Bakr al Baghdadi, leader dello Stato Islamico, avrebbe imparato l’arte della guerra in Afghanistan alla scuola di Musab al Zargawi, dove oltre a distinguersi per le sua azioni cruenti contro le truppe Usa, ha acquisito importanti nozioni sull’uso del web e dei video.

In Europa da tempo la “rete” è sotto controllo, nel quadrante arabo è soprattutto l’Egitto ad aver mosso i primi passi, mostrando così come questa battaglia mediatica necessiti di un intervento. Inizialmente dopo l’uccisione dei 21 cristiani copti, l’Università al-Azhar del Cairo, uno dei principali centri d’insegnamento religioso dell’Islam, aveva emesso un decreto per proibire ai musulmani di guardare il filmato delle esecuzioni capitali dello Stato Islamico, una scelta presa per evitare il “sinistro scopo” di condizionare i fedeli e giustificare la propaganda estremista.

Nei giorni scorsi invece, il presidente Abdel Fattah al-Sisi, in seguito all’attentato del 29 giugno nel quale ha perso la vita il procuratore generale Hisham Baraka, ha approvato una nuova legge che prevede, la pena capitale per reati legati al terrorismo ma anche importanti sanzioni o provvedimenti verso chi si macchia di tale crimine ricorrendo al web. Multe salate (dalle 200mila alle 500mila sterline egiziane) a quei giornalisti che contraddiranno la versione ufficiale data dal governo su qualsiasi attacco terroristico o operazioni lanciate contro i miliziani.

Le nuove regole sono pensate in particolare per impedire alla Fratellanza Musulmana, nemica numero uno del presidente al Sisi, di diffondere “false notizie”. Il pugno di ferro del leader egiziano però ha creato non poche polemiche. Secondo molti osservatori internazionali si tratta di un tentativo del governo di reprimere la libertà di espressione e di dissenso, come farebbero pensare i 22 reporter ancora in carcere, e di cui alcuni sono in attesa di un processo da almeno due anni. Ciò che non è chiaro è se questo tipo di misure siano una strategia per combattere il terrorismo o nascondano la volontà di controllare la stampa impedendo ai cittadini di conoscere la verità sui fatti realmente accaduti. Certo è che l’informazione nel terzo millennio ha acquistato un ruolo di primo piano nei conflitti mondiali, a partire dagli estremisti islamici che ne hanno fatto un vero e proprio cavallo di battaglia.

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