VENERDÌ 04 SETTEMBRE 2015, 000:03, IN TERRIS

LA STRAGE DEGLI INNOCENTI

FABRIZIO GENTILE
LA STRAGE DEGLI INNOCENTI
LA STRAGE DEGLI INNOCENTI
La foto di Aylan, il piccolo profugo siriano di tre anni annegato davanti alla spiaggia di Bodrum, è rimbalzata nelle ultime ore in tutta la sua potenza visiva sui media e sui social, suscitando l'indignazione del web. Un'immagine forte quanto la crudeltà di ciò che si vede, che spinge quasi tutti a parlare di "naufragio dell'umanità".

In poco tempo quello scatto ha fatto il giro delle coscienze sulle bacheche di Facebook, nei profili twitter e sui blog, conquistando spazio ai post e ai selfie di ogni giorno. "E' giusto pubblicarla, non si può voltare le spalle alla realtà", è stato il verdetto del popolo social, che nel tam tam del web ha adottato l'hashtag #Aylan.

Un’immagine simbolo, che “scuote il mondo”, si è detto. Una foto che da una parte serve per svegliare le coscienze di chi parla ma non agisce, di chi si adagia nel comodo “occhio non vede cuore non duole”, e dall’altra fa ritrovare all’informazione - troppo spesso avvitata sul gossip e sul trash – la sua dignità, il suo ruolo fondamentale che è quello di testimoniare e far riflettere.

L’Occidente super-tecnologicizzato si mostra incapace di gestire l’emergenza. Le soluzioni adottate nel tempo hanno provocato – e ancora stanno provocando - disastri. Prima l’indifferenza, poi la solidarietà di facciata (come è capitato lo scorso aprile con la notizia degli oltre 800 migranti morti al largo della Libia), infine muri, poliziotti e filo spinato.

L’unica vera soluzione sarebbe quella di andare in quei Paesi, aiutarli a ristabilire una reale democrazia senza badare a convenienze petrolifere e di affari, creare le condizioni per una vita serena; ma i Paesi occidentali, lesti a muoversi quando in ballo ci sono interessi economici, stavolta stentano. Le diplomazie annaspano, l’Onu prende tempo. E a pagare il conto come sempre sono i più deboli e indifesi, primi tra tutti i bambini.

Quelli che non hanno la forza di tenersi a galla, di resistere alla sabbia del deserto, schiacciati dalla ressa dei treni. Le rotte dei migranti infatti non passano solo per il mare. La stazione di Budapest – ad esempio - è stata ancora una volta, il cuore dello scontro fra la disperazioni dei profughi e il tentativo di gestire l'emergenza da parte delle autorità ungheresi. Dopo due giorni di accessi blindati, lo scalo ferroviario è stato improvvisamente riaperto, e migliaia di migranti lo hanno preso letteralmente d'assalto, nell'illusione di poter partire.

La speranza era di raggiungere l'ovest, la Germania, e di uscire dal Paese. Ma quei treni non li hanno affatto portati oltre confine: erano diretti, al contrario, ai campi di accoglienza per rifugiati. Che oggi i più rifiutano. Quei convogli sono insomma divenuti una specie di trappola, pur essendo stato detto in tutte le lingue - dagli altoparlanti è stato spiegato in arabo e inglese - che non sarebbero state coperte tratte internazionali dai treni in partenza dalla capitale. Ma chi sta scappando, guidato dalla speranza, non può capirlo. O forse, disperatamente, non vuole.
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