ETERNIT
VERGOGNA, DOLORE, MORTE, INGIUSTIZIA

ULTIMO AGGIORNAMENTO 16:08

Duemila morti, nessun colpevole. E non perché la giustizia non avesse individuato responsabilità personali, ma perché in certi casi è talmente lenta da risultare inefficace, persino offensiva. A Casale Monferrato, nell’Alessandrino, dopo la sentenza Eternit della Cassazione che ha annullato (dichiarando il reato prescritto) la condanna a 18 anni per il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, accusato di disastro doloso relativo al decesso per inquinamento da amianto, la protesta assume la forma de lutto cittadino. E in piazza esplode la rabbia.

Sotto accusa l’utilizzo dell’amianto, un minerale usato in grandi quantità dagli Anni ’70 in poi nel settore delle costruzioni e in quello industriale, anche dopo aver capito che le polveri provocavano il cancro. La vicenda giudiziaria inizia nel 2009 in seguito alle indagini del procuratore Raffaele Guariniello. Il 6 aprile di quell’anno prende il via l’udienza preliminare con 2.889 persone offese: è la più grande mai celebrata dal tribunale di Torino. I due imputati devono rispondere di accuse importanti: disastro doloso e rimozione volontaria di cautele sui luoghi di lavoro per le malattie (quasi tutte con esito letale) che hanno colpito 2.619 ex dipendenti delle sedi di Casale Monferrato (Alessandria), Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio Emilia), Bagnoli (Napoli) e 270 tra familiari o residenti – a Casale Monferrato – venuti in contatto per svariati motivi con le fibre del minerale.

Il 10 dicembre 2009 si apre il processo, che arriverà a contare oltre 6.300 parti civili. Il 13 febbraio 2012 arriva la sentenza di primo grado, che condanna a 16 anni i due imputati e prevede indennizzi per 80 milioni di euro. Il ricorso in appello è contenuto nelle 643 pagine dei difensori di Schmidheiny e De Cartier, e si apre il 14 febbraio 2013, un anno dopo la storica sentenza di primo grado.

Quattro mesi dopo, il 3 giugno, Schmidheiny viene di nuovo condannato: l’appello inasprisce la pena, che passa da 16 a 18 anni, e stabilisce un indennizzo di 89 milioni di euro per le parti civili. “Questa sentenza è un inno alla vita, un sogno che si avvera”, aveva commentato del procuratore Raffaele Guariniello. Ora la Cassazione annulla la sentenza, senza rinvio, e dichiara prescritto il reato.

Un caso che ha fatto scalpore, tanto da far intervenire anche il premier Renzi: o una vicenda come Eternit “non è un reato o se è un reato ma prescritto, vuol dire che bisogna cambiare le regole del gioco sulla prescrizione” perché “non ci deve essere l’incubo della prescrizione”.
“Da cittadino – ha detto ancora il premier – mi colpiscono le interviste ai familiari e mi fanno venire anche un po’ di brividi. Perché mostrano un’abilità straordinaria perché credono nella giustizia più di quanto ci creda talvolta un servitore dello Stato e continuano a combattere non perché le morti siano consolate – sono inconsolabili – ma per l’idea di attaccarsi fortemente alla giustizia come etica di un Paese. E’ un dolore e una bellezza senza fine”.

Il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, primo accusato, commenta sferzante: “La decisione della Suprema Corte conferma che il Processo Eternit, nei precedenti gradi di giudizio, si è svolto in violazione dei principi del giusto processo” afferma in una lunga nota diffusa da un suo portavoce; che aggiunge: “ora Schmidheiny si aspetta che lo Stato italiano lo protegga da ulteriori processi ingiustificati e che archivi tutti i procedimenti in corso” a lui che si definisce “un pioniere per aver adottato i metodi più sicuri nella lavorazione dell’amianto”.

Mentre la politica pensa a come mettere rimedio a queste storture del diritto, i familiari delle vittime proseguono le loro azioni di protesta, definendo la sentenza inaspettata e demenziale: “Di fronte a una storia così che vede ancora oggi persone che muoiono a ritmo di 50-60 l’anno – ha affermato il responsabile legale dell’Associazione familiari vittime dell’amianto, Paolo Liedholm – dire che tutto questo è prescritto, quando in realtà sappiamo che l’apice non è ancora arrivato e sarà solo tra 15 anni, è una cosa paradossale, che ci fa fare davvero una brutta figura agli occhi del mondo”.

“Ma ricominceremo sin da subito a lottare” assicura Liedholm. “Per altro so che la Procura di Torino sta già pensando a un Eternit bis; e, se il motivo di questa sentenza è la prescrizione, allora si farà un altro processo in cui questa volta verranno contestati gli omicidi. Almeno per quelli, si spera – conclude il responsabile legale – non ci sarà un discorso di prescrizione perché naturalmente si consumano nel momento in cui si verifica la morte, e a quel punto vedremo se finalmente in questo Paese si può avere un minimo di giustizia”.

Intanto la Cassazione in una nota chiarisce sulla sentenza di ieri: l’oggetto del processo “era esclusivamente l’esistenza o meno del reato di disastro ambientale concluso nel 1986 con la chiusura degli stabilimenti e quindi prescritto. La Corte dunque non si è occupata dei singoli episodi di morti e patologie sopravvenute. I giudici d’appello invece avevano motivato la condanna a 18 anni per Schimdheiny perché il disastro era considerato ancora in atto”.

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