Coronavirus, il cordoglio di Mattarella a Bergamo: “Qui il cuore della Repubblica”

Il Capo dello Stato partecipa alla messa di Requiem nel Cimitero Monumentale per le vittime del virus: "Non dimentichiamo quanto accaduto. La memoria ci carica di responsabilità"

ULTIMO AGGIORNAMENTO 22:54

“Qui a Bergamo, questa sera, c’è l’Italia che ha sofferto, che è stata ferita, che ha pianto. E che, volendo riprendere appieno i ritmi della vita, sa di non poter dimenticare quanto è avvenuto”. Ha usato parole eloquenti il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che dopo la tappa a Codogno in occasione della Festa del 2 giugno, si reca a Bergamo per la commemorazione delle seimila vittime che la città si è ritrovata costretta a piangere, senza nemmeno poter garantire loro un degno ultimo saluto. Solo tre mesi fa, il Paese si fermava, sconvolto dalle immagini che mostravano i camion militari scortare le salme di coloro che il coronavirus aveva portato via: scene sconvolgenti, destinate a farsi manifesto di questa pandemia e, nondimeno, a imprimersi nella memoria collettiva dell’intera Nazione.

Il lutto di Bergamo

“La mia partecipazione – ha spiegato Mattarella nel suo discorso – vuole testimoniare la vicinanza della Repubblica ai cittadini di questa terra così duramente colpita. Bergamo, oggi, rappresenta l’intera Italia, il cuore della Repubblica, che si inchina davanti alle migliaia di donne e uomini uccisi da una malattia, ancora in larga parte sconosciuta e che continua a minacciare il mondo, dopo averlo costretto, improvvisamente, a fermarsi o, comunque, a rallentare le sue attività”. E ora, per Bergamo, è l’ora del ricordo: “Per fare memoria dei tanti che non ci sono più – ha spiegato il Capo dello Stato -. Del lutto che ha toccato tante famiglie, lasciando nelle nostre comunità un vuoto che nulla potrà colmare. Il destino di tante persone e delle loro famiglie è cambiato all’improvviso. Vite e affetti strappati, spesso senza un ultimo abbraccio, senza l’ultimo saluto, senza poter stringere la mano di un familiare”.

La sofferenza collettiva

Quelle immagini resteranno impresse nelle menti degli italiani, come “cronache di un dolore che hanno toccato la coscienza e la sensibilità di tutto il Paese, ma che, per chi le ha vissute personalmente, rappresentano cicatrici indelebili. Questi mesi, contrassegnati da tanta, intensa, tristezza, ci hanno certamente cambiato. Hanno in larga misura modulato diversamente le nostre esistenze, le nostre relazioni, le nostre abitudini. Dire che, d’ora in poi, la nostra vita non sarà come prima non è la ripetizione di un luogo comune”. Nulla sarà come prima, perché “la sofferenza collettiva, che all’improvviso abbiamo attraversato ha certamente inciso, nella vita di ciascuno, sul modo in cui si guarda alla realtà. Sulle priorità, sull’ordine di valore attribuito alle cose, sull’importanza di sentirsi responsabili gli uni degli altri”.

La memoria

Non resta che fare memoria. E questo, ha spiegato il Presidente della Repubblica, significa “anzitutto ricordare i nostri morti e significa anche assumere piena consapevolezza di quel che è accaduto. Senza la tentazione illusoria di mettere tra parentesi questi mesi drammatici per riprendere come prima. Ricordare significa riflettere, seriamente, con rigorosa precisione, su ciò che non ha funzionato, sulle carenze di sistema, sugli errori da evitare di ripetere. Significa allo stesso tempo rammentare il valore di quanto di positivo si è manifestato. La straordinaria disponibilità e umanità di medici, infermieri, personale sanitario, pubblici amministratori, donne e uomini della Protezione civile, militari, Forze dell’Ordine, volontari. Vanno ringraziati: oggi e in futuro”.

Guardare avanti

La memoria “ci carica di responsabilità”, ed è per questo che “da quanto avvenuto dobbiamo uscire guardando avanti. Con la volontà di cambiare e di ricostruire che hanno avuto altre generazioni prima della nostra. La strada della ripartenza è stretta e in salita. Va percorsa con coraggio e con determinazione. Con tenacia, con ostinazione, con spirito di sacrificio. Sono le doti di questa terra, che oggi parlano a tutta l’Italia per dire che insieme possiamo guardare con fiducia al nostro futuro”.

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