Angelus, il grido di Papa Francesco: “Fermare ogni ostilità in Libia”

Il Santo Padre prega per i pescatori bloccati e per le loro famiglie: "Favorire il dialogo che porta alla pace". E parla di padre Maccalli: "Continuiamo a pregare per missionari e catechisti"

ULTIMO AGGIORNAMENTO 14:36
Foto © Vatican Media

“Eccomi, manda me. Tessitori di fraternità”. Questo il tema della Giornata Missionaria Mondiale, che Papa Francesco ricorda al termine della preghiera dell’Angelus. Un pensiero, quello del Santo Padre, che va anche a padre Maccalli e a coloro che sono stati liberati assieme a lui dopo il rapimento in Niger. “Ci rallegriamo anche perché con lui sono stati liberati altri tre ostaggi. Continuiamo a pregare per i missionari e i catechisti e anche per quanti sono perseguitati o vengono rapiti in varie parti del mondo”. Così come la preghiera dei fedeli in Piazza San Pietro va ai “pescatori fermati da più di un mese in Libia e ai loro familiari. Affidandosi a Maria Stella del Mare mantengano viva la speranza di poter riabbracciare presto i loro cari. Prego anche per i diversi colloqui in corso a livello internazionale, affinché siano rilevanti per il futuro della Libia”.

“Fratelli e sorelle, è giunta l’ora di fermare ogni forma di ostilità, favorendo il dialogo che porti alla pace, alla stabilità e all’unità del Paese”.

L’interrogativo del tributo

La riflessione sul Vangelo odierno, il cui passo è incentrato sul confronto “fra Gesù e l’ipocrisia dei suoi avversari”, percorre il sentiero dell’onestà e della testimonianza. “A quel tempo, in Palestina, la dominazione dell’impero romano era mal tollerata – e si capisce, erano degli invasori –, anche per motivi religiosi. Per la popolazione, il culto dell’imperatore, sottolineato anche dalla sua immagine sulle monete, era un’ingiuria al Dio d’Israele”. Per questo, ha spiegato Papa Francesco, “gli interlocutori di Gesù sono convinti che non ci sia un’alternativa alla loro interrogazione. O un ‘sì’ o un ‘no’“, sul fatto se fosse giusto o meno pagare il tributo a Cesare.

Una domanda con la quale “erano sicuri di mettere Gesù all’angolo e farlo cadere nel tranello. Ma Egli conosce la loro malizia e si svincola dal trabocchetto”. Offrendo loro una risposta, una volta che essi hanno mostrato una moneta con l’effige del condottiero romano: “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio“.

La missione dei cristiani

Rispondendo in questo modo, “Gesù si pone al di sopra della polemica. Gesù, sempre al di sopra. Da una parte, riconosce che il tributo a Cesare va pagato – anche per tutti noi, le tasse vanno pagate –, perché l’immagine sulla moneta è la sua; ma soprattutto ricorda che ogni persona porta in sé un’altra immagine – la portiamo nel cuore, nell’anima –: quella di Dio, e pertanto è a Lui, e a Lui solo, che ognuno è debitore della propria esistenza, della propria vita”.

Con tal sentenza, Gesù “si trova non solo il criterio della distinzione tra sfera politica e sfera religiosa, ma emergono chiari orientamenti per la missione dei credenti di tutti i tempi, anche per noi oggi. Pagare le tasse è un dovere dei cittadini, come anche l’osservanza delle leggi giuste dello Stato. Al tempo stesso, è necessario affermare il primato di Dio nella vita umana e nella storia, rispettando il diritto di Dio su ciò che gli appartiene”. Ed è da qui che deriva la missione dei cristiani: “Parlare di Dio e testimoniarlo agli uomini e alle donne del proprio tempo”.

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