LUNEDÌ 29 GIUGNO 2015, 000:15, IN TERRIS

AL BAGHDADI: UN ANNO DI TERRORE

MAURIZIO PICCIRILLI
AL BAGHDADI: UN ANNO DI TERRORE
AL BAGHDADI: UN ANNO DI TERRORE
Un anniversario celebrato da esecuzioni spettacolari e nuove offensive militari. Il Califfato islamico delle terre della Mesopotamia e del Levante si dimostra ancora di più una realtà consolidata che l’aggiunta dell’aggettivo “sedicente”, usato dalle Cancellerie occidentali, non scalfisce minimamente la sua importanza sul territorio. Per festeggiare la ricorrenza lo Stato islamico dalle bandiere nera ha diffuso numerosi video di esecuzioni spettacolari di traditori, nemici e persino di uomini legati ad Al Qaeda e ha compiuto attentati in Francia, Tunisia e Kuwait. Per dimostrare la sua forza ha comunicato un’offensiva militare contro alcune città del nord della Siria compresa Kobane facendo largo uso di kamikaze a smentire gli insuccessi e gli arretramenti in Iraq e in Siria. Un anno fa, a sorpresa, il leader dell’Isis si presentò sul minbar della grande moschea di Mosul, città appena conquistata, per proclamare la fondazione del Califatto e lui, Abu Bakr al Baghdadi, si presentò come l’erede dei principi arabi che dall’ottavo secolo dominarono il Medio Oriente, il Nord Africa fino alla Spagna e ai Balcani.

La dichiarazione dello Stato Islamico voleva provare che Daesh, nome arabo dell’Isis, aveva realizzato ciò in cui al Qaeda aveva fallito. Da gruppo terroristico guidato da un leader carismatico, era diventato un entità che amministrava un territorio. Segnali c’erano stati tanti e Wikileaks aveva diffuso ben tremila file che evidenziavano i progetti dell’Isis e la sua pericolosità. Al Baghdadi, personaggio circondato da molte ombre diveniva così il leader di uno Stato dove in nome della Sharia si perpetravano i più orrendi crimini. Una leadership completamente diversa da quella di Osama bin Laden che per decenni aveva guidato Al Qaeda. La sua biografia ufficiale, rilasciata dall’Isis, parla di lui come un dottore in Scienze islamiche e importante predicatore nella moschea di Diyala negli anni di Saddam. Sicuramente proviene da una famiglia religiosa e le sue tracce si trovano nell’università islamica di Baghdad dove risulta con il suo nome d’origine: Ibrahim ibn Awwad Ali al-Badri al-Samarri, è infatti nato a Samara nel 1971.

Tra il 1996 e il 2000 Al Baghdadi è in Afghanistan. Alcuni sostengono che l’arte della guerra l’abbia imparata proprio in Afghanistan nei campi di Al Qaeda dove conobbe Abu Musab al Zarqawi, il macellaio di Baghdad. Alla scuola di Zarqawi impara a usare il web e i video con le esecuzioni dei prigionieri. Certo è che durante la presenza americana in Iraq, Abu Du’a, questo il nome di battaglia scelto all’epoca, si distingue nelle azioni più cruente contro le truppe Usa e le forze di sicurezza del nuovo Iraq. Catturato e detenuto a Camp Bucca, la Guantanamo irachena, sarà torturato e poi, appunto rilasciato. Un errore di cui gli Stati Uniti non hanno ancora fatto ammenda. Spietato e determinato in questo anno ha cercato di sottomettere gli altri gruppi ribelli come Al Nusra, fedele ad Al Qaeda, e lo ha fatto prima con le buone poi con le esecuzioni di massa. Questo atteggiamento ha scaturito un duro scontro tra Al Baghdadi e Ayman al Zawahri erede di bin Laden. “Ho scelto di farmi comandare da Dio e non da chi gli è contro", è stato il messaggio inviato dal Califfo al successore di Osama accusato di apostasia e tradimento. Oggi a un anno dalla proclamazione dello Stato islamico, i suoi strali sono diretti anche contro i talebani e il loro leader Mullah Omar anche lui accusato di tradimento e falsità. Le accuse reciproche si concretizzano appena pochi giorni fa in duri scontri in Afghanistan nella provincia di Nangarhar tra le milizie talebane e gruppi che hanno giurato fedeltà ad al Baghdadi.

La proclamazione dello Stato islamico e la propaganda tambureggiante attraverso i social network ha permesso di reclutare migliaia di combattenti in giro per il mondo. Islamici attratti dal Jihad che dall’Europa, Stati Uniti e persino dall’Australia raggiungono le terre del Califfato per unirsi alle milizie nere.
Abu Bakr al Baghdadi è sospettoso e ossessionato dai tradimenti, appare raramente in pubblico e si circonda solo di fedelissimi, tutti iracheni. In Occidente si tenta di sminuire la sua figura carismatica raccontando di comportamenti poco ortodossi secondo la morale islamica e la Sharia. Presunti testimoni parlano di orge omosessuali e eccessi di consumi di superalcolici. Racconti che fanno breccia solo sugli occidentali ma non certo su coloro che vedono nel Califfo nero di Mosul una “Guida” per la rinascita. Del resto questo tipo di demonizzazione ricalca cliché occidentali, dove le “cene eleganti”, la Stanza ovale usata come alcova e i festini nelle dacie fanno parte della lotta politica. Ma non scalfiscono le motivazioni degli estremisti del fanatismo jihadista.

La struttura dello Stato islamico è il frutto della strategia di un ex colonnello iracheno, Haji Bakr, capo militare dell'Isis, ucciso ad Aleppo il 2 febbraio dello scorso anno durante uno scontro con le brigate laiche dell'Esercito libero siriano. È stato questo oscuro e spietato ex militare a creare le basi per la nascita dello Stato islamico. Conosceva bene il suo paese. Sapeva dove trovare le armi e gli esplosivi. Ha svelato al gruppo dirigente tutte le tecniche di combattimento che aveva appreso in anni di servizio nell'esercito di Saddam. Ha spiegato come agivano gli ex militari entrati nella guerriglia dopo l'invasione americana dell'Iraq, i sistemi di comunicazione, di difesa, di intercettazione.

È stato sempre Haji Bakr a pianificare la raccolta dei fondi: taglieggiando i commercianti, i cristiani, gli yazidi, conquistando i pozzi petroliferi, gli impianti energetici e di carburante, le fabbriche e i centri di distribuzione. Pianificando la pulizia etnica così coem ai tempi del regime di Saddam. Ci sono tutte le basi per un futura leadership del Califfato, al momento giusto Abu Bakr al Bagdadi si autoproclama suprema guida.“Io sono il Wali, destinato a guidarvi, ma non sono migliore di voi; se credete che abbia ragione, aiutatemi, se credete che abbia torto, consigliatemi e indicatemi la retta via. Obbeditemi come obbedite al Dio che è in ognuno di voi”. Questa la sua esortazione nella moschea di Mosul nel giugno scorso. Un Califfo bocciato dai sunniti perché non è stato eletto dall’Umma, la comunità di tutti i musulmani. Condannato dall’influente studioso islamico Al Qaradawi, dal mufti di Istanbul. E lui Al Baghdadi cambia nome:aggiunge quello di Al Qurashi per dimostare che discende dai khalifa di Maometto e poi, proprio ieri, manda dire al mufti de La Mecca che lo avversa: “sei sotto i miei piedi”. Ora si aggira per il suo Califfato a bordo di un Hamvee blindato. A volte su una Toyota grigia. Non si ferma mai nello stesso posto più di un giorno e il suo rifugio sicuro resta il deserto tra la siriana Raqqa e l’irachena Falluja. Ma non sfugge ai raid aerei della coalizione a guida Usa. Al Baghdadi viene ferito gravemente alla schiena. Trasportato a Mosul viene salvato ma non cammina più, almeno questo secondo le voci raccolte. Ma lo Stato islamico può sopravvivere al suo primo Califfo.

Il carisma di Baghdadi è stato canalizzato in una struttura statale che controlla il territorio. La sua futura morte non avrà probabilmente un impatto sulla successione del califfato. D’altronde, anche quando mancava un apparato statale, l’organizzazione terroristica progenitrice dello Stato Islamico ha dimostrato di poter affrontare la morte del suo leader ed assicurare una successione relativamente stabile. Il successore potrebbe essere Abu Ala al Afri, nome di battaglia Abu Suja, iracheno di Tal Afar. Insegnate di fisica è stato in Afghanistan nel 1998 ed è stato in contatto con Osama bin Laden che lo voleva alla guida del braccio iracheno di Al Qaeda. E questo potrebbe facilitarlo nel ricostruire i rapporti con i gruppi fedeli ad Al Qaeda.
La struttura di comando dello Stato Islamico indica però un’alta preponderanza di iracheni in posizioni di leadership, tra cui veterani dell’esercito iracheno durante il regime baathista. La leadership irachena di Daesh ha anche una funzione di colpo di Stato silenzioso della vecchia guardia del governo di Saddam Hussein. La morte di Baghdadi potrebbe essere, quindi, una sconfitta simbolica per lo “Stato Islamico”, ma una vittoria tangibile per gli ex ufficiali dell’esercito iracheno. Una sconfitta e una nemesi per coloro che contribuirono alla caduta del regime di Saddam Hussein.
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