Accadde oggi: George Washington diventa il primo Presidente degli Stati Uniti (AUDIO)

Il ricordo del professore Gregory Alegi, docente di Storia della Americhe

ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:18

Il 30 aprile 1789 – Sulla balconata della Federal Hall di Wall Street, a New York, George Washington presta giuramento, divenendo il primo Presidente degli Stati Uniti.

Per ricordare questo momento il professore Gregory Alegi, docente di Storia della Americhe del dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Luiss Guido Carli ha parlato con la redazione di Interris.it

Chi era George Washington e cosa ha significato per la storia degli Stati Uniti?
“George Washington è stato uno dei padri degli Stati Uniti, nella triplice veste di comandante dell’esercito durante la guerra d’indipendenza (dal 1775 al 1783), presidente della convenzione costituente (1787) e poi primo presidente (1789-1797). Veniva dalla Virginia, la più ricca e influente delle tredici colonie che nel 1776 si dichiararono indipendenti dalla Gran Bretagna. Come medio proprietario terriero, la sua attività principale era quella di agricoltore, che svolse con abilità e successo. Senza la sua capacità di tessere relazioni con il Congresso Continentale, l’esercito si sarebbe probabilmente dissolto. Negli incarichi pubblici mostrò più equilibrio e determinazione che genio, tanto che si dice che alle discussioni della costituente abbia fatto un solo intervento di sostanza. La sua moderazione e buon senso furono cruciali nel periodo iniziale degli USA, quando si trattava di far funzionare in pratica i concetti generali dei fondatori. Basti pensare del terzo mandato presidenziale, che avrebbe ottenuto senza difficoltà, ma che rifiutò proprio per sottolineare la differenza tra un presidente eletto a termine e un monarca a vita”.

L’audio testimonianza del Professore Aleggi

 

Quanto ha contato, invece, la sua figura a livello internazionale?
“Francamente, molto poco. Gli USA erano un paese nuovo e debole, ben lontano dalla superpotenza globale di oggi. La politica estera, la principale prerogativa del neonato governo federale, passava in modo limitato per le mani del presidente. Ruoli importanti furono giocati da Thomas Jefferson, l’estensore della Dichiarazione d’indipendenza, sia come ambasciatore a Parigi sia come segretario di Stato, e da Alexander Hamilton, come segretario di Stato. Fu proprio Hamilton a scrivere la cosiddetta “Dottrina Washington”, la prima enunciazione complessiva della politica estera statunitense, elaborata nel 1792 e pubblicata quattro anni dopo. Una dottrina di isolazionismo passivo, il cui punto centrale ben fotografa la debolezza della giovane federazione: ‘Per noi la grande regola di condotta, nei confronti delle nazioni straniere, è che, nell’estendere le nostre relazioni commerciali, si abbiano con loro le minori relazioni politiche possibili'”.

La capitale politica e amministrativa ha il suo nome: cosa simboleggia?
“In termini puramente simbolici, il rispetto della giovane nazione per il suo primo presidente e il suo ruolo, subito compreso e riconosciuto. In pratica, illustra la necessità di creare istituzioni federali, slegate dal controllo dei singoli stati, molto potenti alla nascita della federazione. Per questo la capitale siede in un distretto federale, il Distretto di Columbia, che non è uno stato, non è rappresentato da una stella nella bandiera e non elegge né deputati né senatori. Fu lo stesso Washington, che da giovane aveva lavorato come “surveyor”, una sorta di geografo-topografo-geometra, a scegliere il luogo per la città e seguire la costruzione della residenza presidenziale, l’attuale Casa Bianca, nella quale però visse per primo il suo successore Adams”.

Qual è l’attualità del suo personaggio?
“A quasi 250 anni di distanza, è difficile parlare di una specifica attualità di Washington: l’importanza e il ruolo del presidente degli Stati Uniti, e degli Stati Uniti stessi, sono cambiati in modo troppo radicale. Gran parte delle storie tradizionali su di lui, dall’accetta al taglio dell’albero di ciliegio del padre, sono apocrife. Persino il travaglio morale sulla schiavitù – Washington aveva schiavi, ma rifiutava di venderli per non spezzare le famiglie e lasciò ordine di liberarli alla sua morte – sembra insufficiente per i nostri standard etici. Resta lo straordinario interesse di un uomo che si trovò al centro della nascita di una nazione e rispose oltre ogni legittima aspettativa alle sfide che gli si ponevano innanzi ogni giorno. In questo senso, è facile rimpiangerlo”.

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