A 25 anni dalla Carta dell’Onu
L’INFANZIA PIANGE ANCORA

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Il mondo celebra il 25esimo anniversario della Convenzione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Onu. Un documento nobile negli intenti ma che solo in parte ha trovato applicazione e, oggi, corre il rischio di trasformarsi in lettera morta. A cosa serve stabilire le forme di tutela delle fasce più fragili della popolazione mondiale quando queste (per buona parte) continuano a essere ostaggio di violenze e prevaricazioni di ogni sorta? Come dimenticare gli arti mutilati e le cicatrici dei bambini soldato, la solitudine degli orfani abbandonati e la dignità violata dei minori abusati e venduti o uccisi e sviscerati per sostenere l’abominio del mercato degli organi. Per non parlare dei piccoli schiavi, obbligati dagli adulti a prostituirsi per foraggiare il racket della tratta di essere umani, e dei profughi delle zone di guerra, come i bimbi siriani, costretti a fuggire dalle case incendiate, dopo essersi lasciati alle spalle i cadaveri dei propri cari, trucidati dalla follia integralista. Quale futuro possiamo aspettarci se il seme dell’odio viene piantato nella mente di tanti ragazzi sin dai primi anni di vita?

Visto così quel 20 novembre 1989 (giorno in cui la Carta vide la luce) sembra un po’ più lontano. L’articolo 2 recita: “Gli Stati parti si impegnano a rispettare i diritti enunciati nella presente Convenzione e a garantirli a ogni fanciullo che dipende dalla loro giurisdizione, senza distinzione di sorta e a prescindere da ogni considerazione di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o altra del fanciullo o dei suoi genitori o rappresentanti legali, dalla loro origine nazionale, etnica o sociale, dalla loro situazione finanziaria, dalla loro incapacità, dalla loro nascita o da ogni altra circostanza”. Principi che la realtà dei fatti, troppo spesso, sembra smentire. Certo, alcuni dei risultati ottenuti sono incoraggianti, basti pensare che (secondo l’Unicef) dal 1990 a oggi la piaga della mortalità infantile è stata quasi dimezzata, passando dai 12,6 milioni di decessi annui di allora ai 6,3 milioni di oggi. Così come quella dell’analfabetismo, che impedisce lo sviluppo culturale e quindi la crescita di generazioni consapevoli, in grado di chiedere il riconoscimento di democrazia, libertà e uguaglianza. In questi 25 anni il numero di fanciulli privi di accesso alla scuola primaria è diminuito di oltre il 40%, scendendo da 100 milioni a 57. Resta, tuttavia, il problema della qualità della scuola, visto che almeno 250 milioni di bambini non sono ancora in grado di leggere, scrivere e fare operazioni matematiche, indipendentemente dall’insegnamento ricevuto. Ma nel 1989 l’Onu ha dovuto fare i conti anche con la terribile realtà del lavoro infantile. Qui i progressi sono lenti. Dal 2000 i minori dai 5 ai 17 anni impiegati nelle più diverse attività (anche usuranti) sono calati solo di un terzo e 168 milioni continuano a essere sfruttati. Il quadro, dunque, resta tutt’altro che positivo.

“Save the Children” ha, invece, fornito ulteriori dati sulle criticità con cui i più piccoli devono confrontarsi ogni giorno. In molte zone del pianeta l’infanzia non è il periodo spensierato che dovrebbe essere e i bambini troppo spesso vivono in condizioni precarie, a contatto con malvagità e indifferenza. Un milione si trova in aree interessate da conflitti sanguinari e più di un miliardo e mezzo sperimenta qualche forma di violenza. Episodi che avvengono soprattutto tra le mura domestiche: 3 su 4 subiscono una dura disciplina da parte dei genitori. Il tempo dei giochi per questi bimbi non è mai iniziato. Fa rabbia, poi, dover constatare quanti minori muoiono o restano invalidi per via di malattie curabili. Polmonite, dissenteria, poliomielite, patologie che nell’Occidente del benessere possono essere prevenute o trattate medicalmente. Ma che nel Terzo Mondo falcidiano l’infanzia, contribuendo in modo decisivo a farne crescere il tasso di mortalità, che segna una quota ancora elevata: 17 mila decessi ogni giorno. Un numero spaventoso che dovrebbe scuotere la comunità internazionale. Senza dimenticare il tasso di indigenza assoluta, che interessa almeno 650 milioni di fanciulli.

E in Italia? La ratifica della carta Onu ha permesso l’approvazione di leggi che hanno modificato le condizioni dei più piccoli nel Bel Paese. Conquiste che, tuttavia, hanno solo ridotto le criticità, senza azzerarle. Tuttora il 13,8% (pari a 1,4 milioni di individui) dei nostri minorenni versa in condizioni di povertà. Non solo, ma mentre la politica chiacchiera, alle famiglie viene destinato appena il 4,8% della spesa sociale. Insomma, passato il tempo degli auguri e dei festeggiamenti, occorrerà dare una spinta decisiva a quanto stabilito dalla Carta sui diritti dell’infanzia. Ne saranno responsabili, davanti al genere umano, le istituzioni e la politica internazionale, oltre alle associazioni no profit che fanno della cura dei minori la loro missione. Perché fino a quando nel mondo ci sarà anche solo un bimbo discriminato, ucciso da guerre o malattie curabili, povero o impossibilitato a raggiungere le sue aspirazioni (e tante volte persino ad averne) nessun risultato potrà dirsi davvero raggiunto. E di questo ne saremo tutti colpevoli.

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