GIOVEDÌ 23 MAGGIO 2019, 19:00, IN TERRIS


SCENARI POST VOTO

Lega-M5s: prove di divorzio

Lo scontro fra i due partiti di maggioranza sembra arrivato a un punto di non ritorno

ENRICO PAOLI
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Di Maio e Salvini
Di Maio e Salvini
A

h, se i numeri (quelli che non possono essere diffusi per le legge) potessero parlare. Chissà quante cose direbbero. E quante strane (solo in apparenza) affermazioni si capirebbero al volo. Invece niente. I numeri tacciono, in attesa del responso del segreto dell’urna, e le bocche si storcono. In smorfie e sorrisi. Come dentro ad uno strano film questo finale di campagna elettorale si sta impegnando a costruire i presupposti per il sequel.

Fuor di metafora quel che sino a ieri era semplice dialettica politica fra Lega e 5 Stelle oggi sono prove evidenti di rottura, di divorzio con dolo. Con il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, costretto a recitare un doppio ruolo – pompiere e vigile - pur avendo un solo copione e nemmeno troppo ben scritto. Evidentemente lo staff comunicativo dei 5 Stelle è in affanno, in debito di ossigeno e idee. E il capo del governo, da solo, non è in grado di amministrare il condominio giallo verde. La crisi dopo le europee non sembra più un evento improbabile, ma una opzione forte. Quel che c’è da capire è chi avrà il pallino in mano, se la Lega o i pentastellati. Ma questo lo sapremo solo dopo le elezioni europee.

Ah, se i numeri potessero parlare. Nel frattempo parlano i leader. “Lo dico a Salvini e anche ad altri: pensate meno alle poltrone e pensate più all’Italia”, sostiene il vice premier, Luigi Di Maio. “Questa squadra ha già fatto tante cose per l’Italia, ora pensiamo al ceto medio. Io dico va bene la Flat tax al 15 per cento, ma le coperture devono trovarle loro, noi l’abbiamo fatto con il reddito di cittadinanza. Trovino le coperture e noi siamo pronti”. A parole, sicuramente. Perché i numeri, si sempre loro, ma stavolta sono quelli del ministero dell’Economia, legittimano tutto fuorché l’ottimismo. I soldi non ci sono punto. E che le casse siano vuote lo si intuisce dal nervosismo di Salvini e di Giorgetti.

Il primo si è infilato maldestramente nella palude del codice penale e delle possibili riforme offrendo a Di Maio un formidabile assist. “Mi fa piacere che abbia fatto marcia indietro”, ha detto il vicepremier grillino dopo le parole del leader leghista sull'abuso d'ufficio. Dire che è da abolire è “un pessimo segnale a tutto il Paese - ha aggiunto - adesso vuole migliorarlo e c'è una bella differenza”. Profonda, solo che l’autogol è fatto. E poi Giorgetti, sottosegretario che rappresenta le istanze del profondo Nord, quello duro e puro. “In giugno verrà la grandine. E i più deboli ed esangui saranno i primi a cadere” ha spiegato al il Corriere della Sera. “Se c’è un governo del cambiamento, non può vivere in stallo, deve fare le cose. Lo dico dopo settimane in cui il governo ha avuto problemi”, ha aggiunto. Più chiaro di così.

Ma se proprio andate cercando una decifratura del Giorgetti pensiero c’è sempre Roberto Maroni. L’ex governatore e ministro dell’Interno leghista, su L’Espresso in edicola domenica, sostiene che Giorgetti è “l’uomo del momento”. “Magari Salvini fa cose poco condivisibili, ma ha portato il partito in alto. Mi auguro che continui su queste percentuali”. Ma avverte: "Spero anche che la svolta nazionalista non precluda la questione settentrionale. Se la Lega di Salvini darà risposte ai ceti produttivi del Nord allora vola al 40 per cento. Altrimenti qui si aprirà lo spazio per un movimento nuovo. Io sono della Lega Nord. Nessuno mi può obbligare a iscrivermi a un nuovo partito”. Ah, se i numeri potessero parlare.

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